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11 Settembre

Il giorno che ha aperto l’era del Dopotorri
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Interventi di
Eraldo Affinati
Alessandro Barbero
Elena Belotti
Andrea Camilleri
Luciano Canfora
Paola Capriolo
Vincenzo Consolo
Giuseppe Conte
Roberto Cotroneo
Giancarlo De Cataldo
Cesare De Seta
Ernesto Ferrero
Giulio Ferroni
Marcello Fois
Khaled Fouad
Giuseppe Genna
Luca Goldoni
Filippo La Porta
Raffaele La Capria
Valerio Magrelli
Luigi Malerba
Laura Mancinelli
Valerio Manfredi
Paola Mastrocola
Raul Montanari
Salvatore Niffoi
Raffaele Nigro
Piergiorgio Odifreddi
Alessandro Perissinotto
Folco Quilici
Ugo Riccarelli
Sergio Romano
Francesca Sanvitale
Andrea Vitali
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Sempre più il nostro tempo si va dividendo in due ere, segnate dal cronotopo che è stato l’11 Settembre, oppure quel giorno è stato storicizzato dalla memoria mondiale e compreso nel lungo bagaglio di orrori del Dopoguerra? E – giustappunto - si può parlare ancora di Dopoguerra per indicare uno spartiacque oppure conviene adottare il termine di «Dopotorri»? Che giorno è l’11 Settembre? Com’è cambiato il mondo e come siamo cambiati noi sei anni dopo? Il forum cui abbiamo pensato vuole rispondere a queste domande. Domande, occorre ammetterlo subito, che per il fatto di essere sollevate soddisfano un fine ultimo dei responsabili di quell’eccidio e danno argomento a una logica che ha già pronta la risposta all’interrogativo su che giorno sia l’11 Settembre? È il giorno che ha cambiato il mondo: che ha legittimato Al Qaeda come potenza, che ha stabilizzato lo spirito del clash of civilizations, che ha instillato il germe della paura in tutto l’Occidente, che ha elevato il terrorismo a nemico e mostro di oggi, che ha introdotto il sentimento della morte vista come martirio e come valore svalutato. L’11 Settembre non è solo il casus belli che ha insanguinato l’Afghanistan, l’Iraq e minaccia di sconvolgere l’intera regione mediorientale. È anche il detonatore che ha mandato in frantumi la cortina di invulnerabilità che l’Occidente si era eretta attorno dall’alto del suo orgoglio; è la corda che ha tirato giù la maschera dal volto degli Usa rivelandone i punti neri. Allora, la domanda rivolta a 34 autori italiani è stata questa: cosa è cambiato? Come siamo cambiati? |
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Usa, iniziative contro l’uomo
ANDREA CAMILLERI
Sono cambiate le cose? Il mondo è cambiato in meglio? Che le cose siano cambiate non mi risulta affatto. Semmai la nostra vita in questi sei anni è cambiata in peggio. Non vorrei pronunciarmi su questo argomento perché poi mi accusano di antiamericanismo e perché non sono molto sereno. Posso dire solo una cosa: quali che siano i giudizi, fatto è che dopo l’11 settembre gli americani hanno continuato a operare intraprendendo iniziative dirette sempre contro l’uomo. Non voglio proprio aggiungere altro. |
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Sconfitta che appartiene a tutti
ERALDO AFFINATI
Sei anni fa, un mese dopo l’11 settembre, scendendo giù per la Broadway, giunto all’angolo di Fulton Street, vidi coi miei occhi la catastrofe: sembrava il campo di Ia Drang, in Vietnam, bombardato dai B52. Ma noi eravamo a Manhattan! L’odore del napalm non era più quello della vittoria. Pensai al cuore di tenebra di Mister Kurtz. Oggi credo che quella sconfitta appartenga a ogni essere umano. In un senso preciso: nel momento storico in cui i muri stavano crollando, hanno cominciato ad essere ricostruiti. Ovunque. Fuori, ma soprattutto, e questo è stato il peggio, dentro di noi. |
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Dati inquietanti
LUCIANO CANFORA
Chi ha davvero organizzato ed eseguito l’uccisione di Kennedy? Chi piazza Fontana o la strage della stazione di Bologna? Col passare degli anni, ci rendiamo conto che anche l’attentato congiunto, del settembre 2001, alle Torri di New York e all’edificio del Pentagono a Washington sta entrando nel novero delle vicende mai davvero compiutamente spiegate. Sembra chiaro che proprio degli eventi più importanti manca una vera e soddisfacente spiegazione. A conferma del motto di un grande storico del mondo romano, sir Ronald Syme: «La storia vera è quella segreta». Non a caso egli aveva lavorato, durante la seconda guerra mondiale, nei Servizi inglesi. Nel caso particolare degli attentati di sei anni fa ciò che più colpisce è la completa dimenticanza in cui è caduto l’attacco al Pentagono, quantunque – si direbbe – riuscito in modo spettacolare. Chi infatti immaginerebbe possibile di violare lo spazio aereo circostante il più importante e protetto dicastero della guerra esistente sulla faccia della terra? Eppure quegli attentatori non solo vi riuscirono, ma colpirono anche un’ala dell’edificio. Sono risultate poi truccate varie foto connesse a quell’avvenimento, come dimostrano i saggi – in particolare il primo – di Thierry Meyssan. Questi non è ben visto dalla quadrata legione dei conformisti. Eppure le sue ricerche non meriterebbero anatemi ma una vera discussione dei dati inquietanti che egli ha avuto il merito di porre all’attenzione degli storici prossimi e futuri. Un dato è certo: da quel settembre 2001 è scattata una nuova e violentissima fase della politica statunitense, più aggressiva verso l’esterno, più liberticida all’interno.
Una involuzione
PAOLA CAPRIOLO
Una delle conseguenze più vistose dell’11 settembre è stata il ritorno in auge dell’idea di «Occidente», a scopo polemico-difensivo, dopo anni in cui era sopravvissuta quasi soltanto nel titolo del famigerato libro di Oswald Spengler. L’intera tradizione culturale europea (compresa, curiosamente, una religione universale nata in Palestina duemila anni fa) è stata mobilitata in senso quasi militare, ignorandone la complessità e i debiti con le altre culture. È un’involuzione pericolosa, che non ci rende certo più simpatici ai nostri vicini, né ci aiuta ad affrontare con saggezza e senso di giustizia i problemi di una società multietnica.
Tutti bersaglio del terrore
CESARE DE SETA
L ’11 settembre ero a Parigi, mi telefonò a casa un’amica, Pascale Lismonde, giornalista di “France Culture” e mi disse con una voce alterata e senza aggiungere altro: «Accendi la televisione». L’accesi e vidi in diretta quello che stava accadendo a New York, confesso di non aver capito gran che e pensai a un terribile incidente aereo. Più tardi scesi in strada e andai a piedi, in pochi minuti, a Saint- Germain, mi sedetti a Les deux magot come faccio spesso. Mi accorsi dell’animazione che c’era in giro, capii lì che qualcosa di molto grave era accaduto. C’erano turisti americani che si abbracciavano, appena si riconoscevano, alcuni piangevano ricurvi sui tavolini di uno dei più celebri caffè di Parigi, con le buste dei grandi magazzini o dei musei in mano. Non era un incidente e tutto fu chiaro quando esplose l’aereo sul Pentagono. Non credo che si sia trattato di un grande «complotto americano», anche se un libro recentissimo firmato da persone rispettabili e credibili di ogni parte del mondo lo pensano. Penso che sia stato la mano di Bin Laden a scagliare il suo jihad contro l’America e le Torri Gemelle, assunte a metafora e simbolo dell’Occidente e di tutto quanto questi feroci terroristi hanno in odio. I 2.881 morti di quella tragedia sono le vittime di un odio che è difficile qualificare: razziale, religioso, sociale che l’Occidente non ha fatto nulla per lenire e fermare in tempo debito. Le responsabilità storiche dell’Occidente opulento sono enormi e non sono giustificabili. Da quel maledetto giorno è cambiato tutto nella nostra vita, nella vita di noi tutti. C’è un nemico, in ogni tempo e in ogni luogo, invisibile e imprevedibile, in quanto tale onnipotente. Ci siamo resi d’improvviso conto che c’è una parte del mondo che ci odia, una parte del mondo che è capace di buttare la vita dei propri figli per manifestare il suo odio. Quanto male abbiamo fatto a costoro perché giungessero a tanto? Non voglio certo trovare scusanti a costoro, ma mi fa riflettere il fatto che la vita di una parte del mondo, di un mondo di reietti, ci guarda con un odio senza rimedio. Israele è la prima vittima di questo scontro, l’anello debole in questa catena di morte: perché la sua storia e la sua posizione geografica la pone in una posizione di svantaggio che non ha confronti. Ma dopo l’11 settembre tutto il pianeta è alla mercé di chi non da valore alcuna alla propria vita e la butta sul piatto della storia senza aver timore di perdere quel bene primario che è la vita. Da Gerusalemme a Londra, da Madrid a Roma, a New York siamo tutti bersaglio di un terrore cieco. Un terrore che in tutti questi anni non è cambiato e nulla si è fatto per rimuovere le ragioni più profonde che lo animano. Questa inerzia è offensiva per tutti. Solo guerre per abbattere questo o quel tiranno omicida. Una condizione che sgomenta e mi dà angoscia, tanto più profonda quanto più si è impotenti a fronteggiare una tale ondata. Nessuno di noi può far nulla per fermare queste vite destinate al sacrificio di sé stesse e di cento, mille vittime inconsapevoli e senza colpa? È quello che mi chiedo e sono del tutto incapace di offrire una risposta. Bisognerebbe cambiare il mondo, dove la ricchezza di alcuni rende furiosi e disperati molti: che Bin Landen sia un miliardario non cambia di una virgola il dato di fatto, perché chi lo segue in questo odio nulla ha, se non la propria vita disperata.
Il mondo diviso in due
ROBERTO COTRONEO
Certo che è cambiato il mondo e siamo cambiati noi. E dirlo sembra quasi un’ovvietà. Nel mondo, soprattutto in quello occidentale si è cominciata a diffondere un’insicurezza profonda perché il tipo di terrorismo che si è sviluppato dopo l’11 settembre è di tipo diverso, nel senso che non ha una struttura. È ovunque, è di qualsiasi tipo, di qualsiasi nazionalità. E l’Occidente, che ha sempre vissuto in una situazione di relativa tranquillità, si è trovato di colpo nel mirino degli atti terroristici. Il mondo si è diviso in due, perché uscire dall’Europa e andare in paesi dove l’integralismo raccoglie proseliti richiede comunque una grande vigilanza. Paradossalmente, tuttavia, tutto questo ha portato alla consapevolezza che esistono altri mondi, mondi poveri che bussano alla porta e non hanno nulla da perdere e con i quali bisogna fare i conti. Come dire, era come un grande magma incandescente destinato a scoppiare.
Sicurezza come feticcio
GIANCARLO DE CATALDO
Sono cambiate tante cose, dopo l’11 settembre. Il nostro modo di guardare l’Altro: con terrore e diffidenza laddove, prima, c’era almeno un minimo di buona volontà. Il nostro modo di viaggiare, che tocca ormai vertici di bizantina complessità degni di ere decisamente più oscure di quanto, con tutti i suoi limiti, non sia la presente. Il nostro rapporto con i sentimenti della contemporaneità: la paura li ha divorati tutti, gli altri sentimenti. Abbiamo fatto della paura il collante dei nostri giorni. Abbiamo eretto la sicurezza a feticcio di un’impossibile «esenzione dal rischio» che nessuna collettività organizzata può garantire al proprio interno. Abbiamo ipostatizzato la paura della morte, da sempre immanente al nostro essere umani, vestendola delle sembianze dell’allampanato sceicco del terrore. È incredibile, se ci si pensa, e fa ben sperare, il fatto che l’oscuramento della ragione indotto dall’11 settembre non abbia (non ancora) completamente devastato ciò che sopravvive, di lucido e di razionale, nelle nostre intelligenze occidentali e in quelle del soi-disant campo nemico. È stupefacente pensare che, pur nel dominio della paura, ci sia ancora la forza, in molti, di guardare all’Altro non come a un pericolo, ma come a un possibile interlocutore. Che ci siano ancora molti che rifiutano di sentirsi in guerra. Che lavorano ogni giorno, magari silenziosamente, per la pace. Nonostante tutto, la partita è ancora aperta.
Un nuovo equilibrio geopolitico
KHALED FOUAD
Certamente è di tutta evidenza che il mondo sia cambiato perché in realtà l’11 settembre segna da una parte credo la fine della fine della Guerra fredda e dunque la dismissione di tutta la geopolitica antedendente alla Guerra fredda e che l’ha animata e dall’altra parte designa l’ingresso in un mondo dove non si capisce ancora quale sarà la struttura geopolitica che prenderà il processo di globalizzazione e dove si pone anche con prepotenza, senas dubbio, la grande questione del jihad islamico per quanto soprattutto riguarda in un certo senso la relazione tra religione politica. E poi l’11 settembre solleva anche la questione della sicurezza e del suo rapporto con il potere politico. Penso che l’11 settembre se è un po’ esagerato paragonarlo all’attentato che ha preceduto la guerra del 14-18 decreta però la nostra entrata nel XXI secolo.
Così si è creato uno stato di fatto
GIUSEPPE GENNA
Gli eventi americani dell’11 settembre – qualunque ne sia la matrice, esterna o interna – hanno costituito semplicemente la causa occasionale per creare le condizioni di uno stato di fatto che si desiderava realizzare. I mercati non sono crollati, anzi: gonfiano bolle a ripetizione e aumentano la forbice tra economia reale e derivata, completando, al di qua della cortina non visibile, la liquidazione della classe borghese perché si allarghi la casta inferiore. All’estero è un fiorire di guerre giustificatissime dal punto di vista di chi deve prepararsi al confronto della Seconda Guerra Fredda, in cui la variabile asiatica, omogenea all’Occidente, muoverà – già sta muovendo – le sue pedine appropriatamente, cioè asimmetricamente. In questo avverbio si coglie l’unico autentico importo culturale che l’undici settembre ha fornito all’occidente stesso. Il resto, clash of civilizations e simili, era già alle porte, crollo delle Twin Towers o meno. Sarebbero comunque stati processi necessitanti un metabolismo.
Tutto è oggi cambiato in peggio
LUCA GOLDONI
Se penso all’11 settembre e a quel che è seguito, non posso che riflettere sul fatto che l’America se l’è presa con l’unico paese che non aveva terroristi sull’aeroplano kamikaze. E portando guerra all’Iraq ha sì sgominato una dittatura sanguinaria ma ha anche causato una destabilizzazione paurosa. Perché l’Iraq aveva tenuto lontano sia l’Iran, che ora ha la bomba atomica, sia l’Arabia Ssaudita. Insomma sarebbe come se dopo Pearl harbour gli Americani se la fossero presa con i russi invece che con i giapponesi. Ecco, fare questa guerra assurda ha moltiplicato il terrorismo in modo esponenziale. Tutto è cambiato in peggio per un errore ormai riconosciuto da tutti. E ora l’Iraq è diventato un paese esportatore di terroristi. Riguardo all’uomo comune e soprattutto l’italiano penso che abbia più paura della rapina o dell’aggressione che del terrorismo internazionale e allora se ne sta nel suo indifferente individualismo.
Una regia per realizzare uno show
RAFFAELE LA CAPRIA
L’11 settembre ha cambiato certamente il mondo. Se prima pensavamo a un’epoca di pace perché era finita la Guerra fredda dopo abbiamo scoperto che sotto covava il germe di questa esplosione islamica diventata fatto mediatico planetario con l’attacco alle Torri. Quando vidi in televisione l’attentato ebbi l’impressione che fosse stato tutto preparato perché arrivò prima un aero e poi un altro fece sìcché dopo il primo attacco accorrsero tutte le televisione che poterono rilanciare nel mondo il secondo. Non so se è stato pensato. Se è così è stato diabolico. Ma le televisioni ci hanno mostrato quello che è successo fuori, ciò che ha avuto effetti spettacolari anche molto suggestivi ed eroici. Non ci hanno fatto vedre quello che succedeva dentro le Torri, perché altrimenti l’odio nei confronti degli attentatori sarebbe stato incontenibile per lo schifo e l’orrore che là dentro immaginiamo debba esserci stato.
New York? È una utopia civile
FILIPPO LA PORTA
Negli ultimi sei mesi ho vissuto a New York con una borsa di ricerca. Dopo due giorni dal mio arrivo sono stato a Ground Zero. Chiedevo continuamente a tutti dove fosse - passanti, tassisti, poliziotti - e già da un pezzo Ground Zero stava lì, di fronte a me, in un certo senso invisibile, immensa voragine, spazio perfettamente vuoto, caverna ventosa della metropoli. Migliaia di turisti vanno ogni giorno a visitare quello “che non c’è”, tutti ammutoliti di fronte a un cantiere sterminato dietro la rete di protezione. In quel momento non pensi alle Torri Gemelle come simbolo del capitalismo, della hybris e grandeur americana, come espressione tangibile e urtante dell’arroganza imperiale, etc. (lo scrittore tedesco Sebald ha detto che le costruzioni imponenti, grandiose, in qualche modo “chiedono” la loro rovina…). No, pensi a questa città - colpita al cuore - alla sua coesistenza miracolosamente pacifica di culture, lingue, popoli, razze, idiosincrasie. D’accordo, sarà pure un miracolo precario, effimero, sempre sul punto di implodere, e forse tutti si sorridono continuamente perché hanno segretamente paura dell’altro, però di fatto non implode mai. E tra l’altro New York è diventata un luogo tranquillissimo, quasi irenico, dove sulla metropolitana alle due di notte, e in quartieri periferici, ti capita di incontrare ragazzine sole, che magari leggono un libro. Non viene in mente nessun alta città del mondo dove quella strana creatura che è l’uomo, socievolmente insocievole, sempre oscillante tra tendenza alla cooperazione e istinti predatori, sia riuscito a realizzare una utopia civile così straordinaria. E vengo al pensierino idealistico. In questi mesi mi è anche capitato di pensare che se i terroristi dell’11 settembre avessero abitato qui, a New York, e in particolare a Brooklyn, per qualche mese, gli sarebbe passata la voglia di colpire la città. Ogni giorno infatti avrebbero incontrato neri, italiani, arabi, giamaicani, ebrei, impegnati in una fittissima - convulsa ma pacifica - rete di traffici e scambi reciproci. Mica dico che a Brooklyn è eliminata ad un tratto la povertà e l’oppressione sociale. Ma quello resta per me uno spettacolo commovente. Vorrei spiegarmi meglio. Se la bellezza di una città italiana in sé assoluta, e quasi non ha bisogno della gente che vi abita (Roma o Firenze, improvvisamente evacuate, resterebbero bellissime), la bellezza di New York è invece impura, sporca, contiene sempre il brutto dentro di sé. Dunque: New York senza i suoi abitanti sarebbe orrenda, un incubo a cielo aperto. È bella solo grazie a chi ci abita, a questa incredibile fusione tra gli spazi metropolitani e la turbinosa folla – solitaria e non – che li percorre. Eppure quel pensierino sui terroristi dell’11 settembre mi appare anche un po’ contagiato dall’idealismo della tradizione americana (che sempre è intrecciato con il culto del denaro e degli affari). Ho saputo ad esempio che gli altri terroristi islamici, quelli dell’attentato fallito alle Torri del 1993, avevano invece vissuto per un po’a New York, senza che ciò li avesse minimanente scoraggiati o distolti dai loro piani. Forse la questione centrale, nel rapporto tra la cultura occidentale e la cultura islamica (della quale i terroristi sono schegge impazzite ma anche legittimate) è quella evidenziata da Luca Doninelli nel suo romanzo- diario La polvere di Allah (Garzanti): «L’altro mondo è nell’altro mondo o in questo mondo?». Se si opta per la prima risposta allora gli esseri umani non sono nulla, la stessa città di New York è solo un fantasma, un miraggio, e «il vero presente coincide con la morte». Se invece pensiamo che l’altro mondo è, sia pure contraddittoriamente, in questo mondo (come tra l’altro pensava Dante), allora la città di New York costituisce un immenso, irresistibile spot vivente - che nessuno ha mai pianificato - in favore di «questo mondo» e della sua brulicante varietà.
E vivremo sotto sorveglianza
FOLCO QUILICI
Poche parole per dire che il mondo è certamente cambiato per l’incertezza in cui viviamo e per la consapevolezza che non c’è più alcun posto sicuro dove si possa vivere senza la paura di un atto terroristico. E c’è un’altra cosa, non meno grave: sapere che anche se non ci piace viviamo e vivremo sempre sotto sorveglianza.
Non era un film
UGO RICCARELLI
Due aerei che si schiantato contro torri di vetro e cemento piene di gente cambiano comunque lo stato delle cose. Sono «il film» che abbiamo già visto proiettato sugli schermi, senza un Bruce Willis o un qualsiasi supereroe ad accarezzarci la paura. E allora la paura si irrigidisce, si annoda, fermenta in una realtà che, nonostante i nostri tentativi continui di evasione, è sempre più complessa, più ritorta. Troppo immaginata. Troppo reale. Così, proprio nel momento in cui dovremmo trovare nuove strade, nuove strategie, la tentazione è quella di irrigidirsi in facili soluzioni, in azioni drastiche che ci illudano (ancora) di poter tagliare il groviglio annodato così stretto che è questa realta. Così, gli effetti di una libertà conquistata in secoli di «progresso», arretra e si riduce a cultura del sospetto, al trionfo della paura, di una paura al cospetto della quale si sacrificano diritti e sogni. E al grido già sentito, alla gierra come alla guerra, è sempre più difficile ribattere alla guerra come all’amore.
Risposta errata
SERGIO ROMANO
Il mondo è certamente cambiato perché gli Usa hanno deciso di dare una risposta a quell’evento drammaticissimo, il punto più alto nella scala dei terrorismi del fanatismo islamico. Certo, l’effetto traumatico del fatto l’abbiamo subito percepito tutti. Ma la risposta data a quell’evento dalla presidenza Bush è stata sbagliata sin dal primo momento perché ha offerto, come dire, «legittimità» (uso la parola con diffidenza) all’ islamismo violento offrendogli un ampio campo di battaglia su cui continuare a rappresentare la pretesa di costituire una risposta «giusta» ma che finisce per confluire nelle file terroristiche. Noi ancora non ci rendiamo conto della portata di tutto questo, viviamo da miopi con gli occhi fissi sugli eventi del momento senza calcolarne le conseguenze. L’11 settembre con tutto quel che ha seguito ha destabilizzato i paesi, con reazioni e controreazioni conseguenti ai comportamenti che gli americani hanno adottato. Il mondo è molto più insicuro. Prendiamo ad esempio l’Afghanistan; lì la guerra contro i talibani in un certo era più giustificabile, ma è stata condotta così male che ha creato un problema su ciò che avrebbe potuto non esserlo e avrebbe potuto concludersi nel 2001.
Come uscire?
RAFFAELE NIGRO
Cosa è cambiato? Si è incendiato il terrorismo e gli americani hanno scelto la legge del taglione, dell’occhio per occhio, dente per dente. Si è creato un putiferio dal quale sarà complicato uscire. Siamo in guerra e ci sentiamo la guerra in casa. Non sappiamo più sotto quali forme può essere sganciato un attacco terroristico. Prendiamo ad esempio tutti questi incendi che hanno tormentato il sud Italia così come la Grecia. Certo, sono il tragico risultato dell’incuria umana, della mancanza di responsabilità, del cinismo, ma chi ci dice che non ci possa essere una mano fondamentalista o una qualunque minaccia terroristica? Con queste mine vaganti si sta sempre sul chi va là e la paura ce la sentiamo addosso in ogni situazione.
La fasulla guerra al terrorismo
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Tèmo di non poter dire molto sull’11 settembre. Per me è semplicemente una bufala: non nel senso che non sia avvenuto, ci mancherebbe, ma nel senso che e’ stato enormemente sopravvalutato, a partire dal giorno stesso dell’evento, quando i filmati degli attacchi e della caduta delle Torri sono stati presentati in maniera ipnotica, dilatando un evento istantaneo in un continuum temporale, e due attacchi singoli in un vero e proprio bombardamento. Invece, l’11 settembre, come dissero le madri di Placa de mayo di Buenos Aires, non è stato altro che un piccolo «fai agli altri ciò che essi hanno fatto a te». Gli Stati Uniti avrebbero dovuto umilmente capire cosa significa ricevere un paio di bombe sulla propria testa e dedurne cosa avevano provato gli abitanti delle innumerevoli città e nazioni cui loro avevano riservato lo stesso trattamento, anche solo nell’ultimo mezzo secolo: dalla Germania e il Giappone (al confronto delle tempeste di fuoco su Dresda e Tokio, per non parlare delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, l’11 settembre appare una caricatura), alla Corea, al Vietnam, alla Repubblica dominicana, a Panama, alla Bosnia, all’Iraq, all’Afghanistan, e di nuovo all’Iraq. E chissà quante ne ho dimenticate. E invece, la scusa dell’11 settembre è servita per lanciare il proclama della fasulla guerra al terrorismo, e per continuare a fare altre guerre reali. evidentemente si tratta di una lezione sprecata, e se non fosse perché «la campana suona sempre per te», ci sarebbe da augurarsi che fosse presto e spesso ripetuta, fino al completo apprendimento dell’antifona.
Risposta errata
SERGIO ROMANO
Il mondo è certamente cambiato perché gli Usa hanno deciso di dare una risposta a quell’evento drammaticissimo, il punto più alto nella scala dei terrorismi del fanatismo islamico. Certo, l’effetto traumatico del fatto l’abbiamo subito percepito tutti. Ma la risposta data a quell’evento dalla presidenza Bush è stata sbagliata sin dal primo momento perché ha offerto, come dire, «legittimità » (uso la parola con diffidenza) all’ islamismoviolento offrendogli un ampio campo di battaglia su cui continuare a rappresentare la pretesa di costituire una risposta «giusta» ma che finisce per confluire nelle file terroristiche. Noi ancora non ci rendiamo conto della portata di tutto questo, viviamo da miopi con gli occhi fissi sugli eventi del momento senza calcolarne le conseguenze. L’11 settembre con tutto quel che ha seguito ha destabilizzato i paesi, con reazioni e controreazioni conseguenti ai comportamenti che gli americani hanno adottato. Il mondo è molto più insicuro. Prendiamo ad esempio l’Afghanistan; lì la guerra contro i talibani in un certo era più giustificabile, ma è stata condotta così maleche ha creato un problema su ciò che avrebbe potuto non esserlo e avrebbe potuto concludersi nel 2001.
Adesso leggo scrittori arabi
ANDREA VITALI
Circa il mondo non saprei proprio dire come possa essere cambiato, tuttavia ho il timore che sia cambiato in peggio. Circa me, invece, devo dire che è cambiato lo sguardo verso quelle culture che mi erano sconosciute: non certamente quelle che generano violenza ma verso quella maggioranza silenziosa che vuole vivere in pace e nella libertà. Le mie letture sono un buon indice di questo mio cambiamento: scrittori marocchini, libici, turchi, africani affollano adesso il mio comodino. |
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Meno libertà
ALESSANDRO BARBERO
Il mondo è cambiato in un modo sottile e anche subdolo, molto interessante per lo storico, anche se piuttosto inquietante per l’essere umano cui tocca vivere quest’epoca. Le strutture materiali non sono cambiate, non è cambiata l’economia, non è cambiato lo sfruttamento, né gli equilibri di forza internazionali (se non in quanto stanno comunque cambiando per conto loro, come avviene continuamente: ma non per colpa dell’11 settembre). Invece è cambiato il linguaggio della politica, sono cambiate le reazioni dell’opinione pubblica; si è ristretta la sfera della libera discussione, sono diminuite le cose che si possono dire, sono aumentati gli slogan e le verità indiscutibili promulgate dall’alto (una per tutte, «siamo in guerra», caso impressionante di palese menzogna spacciata e accettata pubblicamente come assioma che non c’è neanche bisogno di dimostrare – e meno male, perché sarebbe molto difficile farlo). Si è sempre saputo che al potere fa comodo additare al pubblico un nemico, e che il pubblico desidera averlo, un nemico, ed è prontissimo a temerlo e odiarlo appena gli viene additato: ma vederlo capitare sotto i nostri occhi, nel nostro tempo, nelle nostre società avanzate, provoca comunque un certo turbamento.
Misura dell’odio
ELENA BELOTTI
Le immagini surreali dei due aerei carichi di passeggeri che si infilano nelle Torri Gemelle di New York come fossero di burro, causando migliaia di morti, mi ha spalancato la visione sconvolgente della misura dell’odio verso l’opulento Occidente covata e cresciuta per lungo tempo nell’umiliato mondo musulmano. La risposta di Bush, che scatena una guerra contro l’Iraq con motivazioni false, ha suscitato in me un’indignazione che ancora non si placa per l’arroganza, la cecità e la crudeltà di una simile decisione. Poi sono stata in viaggio in Iran, uno dei cosiddetti «paesi canaglia» e, mentre gli amici inorriditi dalla mia iniziativa sconsiderata pronosticavano come minimo un rapimento o un attentato, ho incontrato una popolazione giovane di grande vivacità e cordialità, frotte di ragazze intabarrate nei loro chador che uscivano dalle università e ci correvano incontro sorridenti a braccia aperte, gli occhi brillanti di curiosità e di una voglia di comunicare di straordinaria intensità. Ci circondavano festose e ci subissavano di domande. Ma non eravamo i detestati nemici occidentali? Una volta di più ho constatato che chi governa il mondo è lontano anni-luce dalla realtà quotidiana delle persone, di cui non gli importa un bel niente, e persegue politiche aggressive che non fanno che peggiorare la vita di tutti, compresa la nostra.
Le guerre di Ground Zero
VINCENZO CONSOLO
S ono stato a New York dopo l’11 settembre e ho visto Ground Zero. C’era una passerella in legno che dall’alto faceva vedere il vuoto, che non si rusciva a sondare fino in fondo. C’era anche una statua che era la riproduzione in bronzo di quella foto classica scattata nel 1932 da un anonimo dove si vedono dei muratori durante la sosta della colazione seduti una putrella a un’altezza vertiginosa. Nel libro Dovuto agli irochesi Edmund Wilson parla di questi indiani che non soffrivano di vertigini, indiani che però dalla foto sembrano immigrati italiani. È stata una pena vedere questo disastro, la ferita nel cuore del mondo più sviluppato che è l’America. Da Ground Zero sono venute le conseguenze di queste guerre globali che scoppiano dappertutto, con irrigidimenti da tutte le parti e i disastri che vediamo ovunque. Credo che da allora le cose siano cambiate profondamente e che il processo di degenerazione non si sia arrestato, nonostante gli appelli generali alla pace.
Impulso imperiale degli Usa
GIUSEPPE CONTE
Il pomeriggio dell’11 settembre del 2001 stavo parlando al telefono con un amico che vive nella Carolina del Sud. Fu lui a richiamarmi un attimo dopo che avevamo riattaccato, a urlarmi di accendere la televisione, che stava succedendo l’inimmaginabile, New York era under attack. Le immagini erano sconvolgenti e strane, di una stranezza sospesa, sinistra. I due grattacieli che si sfarinano a terra centrati dalla precisione millimetrica dei due aerei suicidi. Le nuvole di fumo. I superstiti che ne escono esterrefatti, coperti di cenere , come esseri dell’Ade. Non vedevo cadaveri. Quelli che si gettavano dalle finestre apparivano, alla distanza, ombre come di insetti, di farfalle. Passai molto tempo al telefono a commentare i fatti con amici italiani. Cercai Adonis, che aveva descritto le immagini sinfoniche della distruzione di New York in un bellissimo poema, ma non lo trovai. O forse non ebbi neppure il coraggio di telefonargli. Quello stesso pomeriggio andai in una agenzia di viaggio a confermare il biglietto Nizza-Montreal. Piovevano disdette per tutti i voli transatlantici. Fui guardato come un irriducibile anticonformista. La notte, in un diario elettronico che tenni nel corso di tutto il primo anno del Nuovo Millennio e che desidero resti segreto, scrissi accorate parole su come il mondo cambiava , su come l’11 settembre segnava una data e un discrimine nella storia del mondo. Dunque gli americani diventavano le vittime, i buoni, e gli islamici gli aggressori, i malvagi? Possibile che finisse così? Non era troppo semplice? Il consumismo e l’american way of life santi e la fede in armi criminale? Adistanza di anni quella semplificazione ha funzionato. L’America colpita ha creduto di poter reagire in nome del bene e della democrazia con una serie di campagne di guerra che la nostra generazione non aveva mai visto. Si è scatenato l’impulso imperiale dell’America. L’Iraq ormai conosce molti più morti che le Torri Gemelle. L’Islam è oggetto di fraintendimento e assimilato troppo spesso alle sue frange estremiste e terroriste, così che si dimentica la religione di tolleranza, di pace, di meditazione , di bellezza che piacque a Goethe e a tanti altri grandi spiriti. Dunque il mondo è sì cambiato, è diventato più insicuro, più brutto, più gretto, più razzista, più egoistico, più schematico. L’Occidente è sempre più in crisi, specialmente dopo che le potenze anglosassoni hanno perso la guerra in Iraq (perché così è, a meno che non si passi per un trionfo la sinistra impiccagione di Saddam), sempre più materialista, senza più una vera, generosa identità spirituale, contenitore amorfo e mafioso di merci e armi e masse rincretinite. Il mondo islamico è tenuto in ostaggio da gruppi terroristi che sporcano il messaggio religioso con intenti di dominio politico. Ma mi viene spesso da pensare: se davvero al Qaeda poteva colpire l’America in quel modo così spettacolare, come mai non l’ha più fatto? L’attack dell’11 settembre era eminentemente simbolico. Un unicum simbolico. Che ha funzionato da detonatore e pretesto. Per una guerra che continua anche se l’America l’ha persa, che non ha conosciuto eroismi , ma gli orrori non molto democratici di Abu Ghraib.
Non sappiamo niente di loro
ERNESTO FERRERO
Dopo l’11 settembre, il dato con cui ci confrontiamo tutti i giorni non è soltanto la sensazione di precarietà e d’angoscia, il fatto di essere diventati anche noi dei soldati della guerra che ormai si combatte principalmente nei non-luoghi, aerei e aeroporti, autobus, metropolitane e grattacieli, dove da un momento all’altro ti può sorprendere una bomba, un gas letale, una raffica di mitra. È la nostra difficoltà a capire, approfondire, darci delle spiegazioni e quindi delle strategie di risposta. Ci siamo accorti improvvisamente di non sapere niente di «quelli là», della loro cultura e della loro storia, del loro odio, delle frustrazioni che li fanno diventare feroci, non poi molto diverse da quelle dei brigatisti rossi di casa nostra, ieri come oggi, piccoli burocrati della morte dalle vite grigie. Ci siamo ritrovati senza uno minimo kit di strumenti culturali con cui affrontare la diversità del mondo che non è il nostro, ma non abbiamo nemmeno tanta voglia di fare la fatica di procurarceli e adoperarli. Appena ci sembra di cominciare a capire qualcosa, usciamo rafforzati nei nostri pregiudizi. Fingiamo di essere d‘accordo con quanti ci dicono che l’Islam vero è un’altra cosa, che ogni società ha i suoi devianti, i suoi talebani e non può essere ridotta a quelli, così come gli assassini di Marco Biagi e D’Antona non rappresentano l’Italia; ma siamo pronti a far diventare certezza il so spetto che l’Islam moderato non esiste, o se esiste conta poco. Il rifiuto radicale è più comodo dell’infinita pazienza che richiede il cercare di capire, il lavorare per rimettere insieme i cocci. Sparare, odiare è più facile che pensare, parlare, parlarsi. Dal 2001, le risposte che l’Occidente ha dato e si è dato, principalmente per mano degli Usa, e del peggior presidente che abbiano mai avuto, hanno aggravato le cose. Di autorità morale per dare lezioni ne abbiamo poca. Nelle democrazie occidentali si allarga la forbice tra la casta predatrice e autoreferenziale, tra le oligarchie economiche e finanziarie che detengono il potere vero, e i nuovi schiavi, la massa indifferenziata dei cittadini che subiscono con scarsissime capacità di reazione e organizzazione. L’impressione è quella di sistemi sempre più complessi e sempre meno governabili, giusta l’equazione avanzata da Giovanni Sartori: a grandi problemi corrispondono piccoli cervelli. Ma di inquietudini e spaventi apocalittici hanno vissuto tutte le generazioni, ognuna convinta di rappresentare un gradino più in basso rispetto al precedente, e di essere la testimone di un’ormai prossima fine del mondo. Prendiamola dunque al positivo. L’11 settembre è stata una tragica sveglia che ci ha costretto ad aprire gli occhi sulla realtà più difficile che si potesse immaginare. E dire che un bello spirito giapponese aveva ipotizzato la fine della storia. Dunque rimbocchiamoci le maniche, e al lavoro.
Il mondo preferisce le tenebre
GIULIO FERRONI
In questi anni è venuta meno (anche se molti fingono di non accorgersi) l’illusione della facilità, della leggerezza, della disponibilità del mondo a farsi dominare dall’inarrestabile processo della produzione e del consumo. Sono crollate le affrettate utopie sollecitate dal dominio dell’informatica, tra digitalità, trasversalità, virtualità. Si credeva che il mondo si stesse sempre più smaterializzando: e che si potesse agevolmente e trionfalmente andare «al di là dell’umano». E invece si è imposta (e temo si imporrà sempre più) la resistenza della materia, con la sua violenza, a cui si può rispondere solo difendendo ciò che resiste dell’«umano». D’altra parte c’è un angoscioso ritorno delle credenze più arcaiche, di mitologie e superstizioni di ogni sorta: gli uomini preferiscono le tenebre alla luce, in un effetto di Medioevo che si intreccia con gli avanzamenti inarrestabili delle tecnologie. D’altra parte, in mezzo all’insicurezza diffusa, al confronto angoscioso con il terrorismo, è sempre più chiaro che il mondo scoppia e che il suo orizzonte «globale» è sempre più incontrollabile. L’11 settembre ci ha rivelato che siamo ad un punto di non ritorno e che tutta la nostra civiltà può davvero saltare in aria: ma la democrazia non è più in grado di fronteggiare questa situazione estrema. Non mi sembra che la nostra letteratura abbia davvero preso atto di questa situazione: continua nei suoi giochi, nel vario prolungarsi di modelli maturati nei decenni precedenti e che non tengono più.
Usa, un Paese che reitera errori
MARCELLO FOIS
Siamo cambiati per forza di cose. È un dato ufficiale. Devo dire che noi europei, italiani in particolare e levantini siamo cambiati relativamente, perché non nutriamo la certezza dell’invincibilità che ha l’America. Questo paese che reitera i suoi errori come fa una gioventù compulsiva è passato dal Vietnam alla Corea e all’Iraq, ripetendo un meccanismo perverso che non permette di fare tesoro degli errori precedenti. L’11 settembre dunque ha cambiato la loro certezza di invincibilità e questo è sotto gli occhi di tutti. Per noi è cambiato poco. L’uomo della strada è rimbambito da un’esclusione scientifica del senso critico. Che gli italiani siano una popolazione marcatamente razzista è un’involuzione. La verità è che l’11 settembre giustifica quelli che dimenticano cosa sono stati e cioè emigrati poveri, come gli immigrati che oggi arrivano da noi. L’uomo comune si mente sapendo di mentirsi. So che quel che dico è deprimente, ma non so trovare niente di attraente per parlare di questa cosa.
Guerra e pace si confondono
VALERIO MAGRELLI
Ho scritto due poesie su questa data tragica. Una intitolata proprio 11 settembre e un’altra che si trova nella mia ultima raccolta di poesie Disturbi del sistema binario, che si intitola La guace. Il termine è un neologismo che unisce le parole guerra e pace. E nelle immagini di «acqua salmastra né dolce né salata, infestata di morte e di vita» ho voluto rappresentare la tragedia di quel tragico fatto. Certo, è una poesia che ha varie prospettive, ma ai miei occhi ha il senso dell’accrescimento iperbolico della precarietà. Guerra e pace si confondono ed è proprio questo il vero terrorismo. Ecco, l’11 settembre ha inaugurato questa forma di vulnerabilità. Certamente anche Ungaretti ha raccontato la tragedia eterna della guerra, ma lui era in trincea, in prima linea e noi invece siamo qui in una sorta di spaventosa ibridazione degli stati psichici, tra guerra e pace che si mescolano e ci confondono.
Quell’atomica in mano ai fanatici
LUIGI MALERBA
L’11 settembre ha infranto la sicurezza degli americani abituati ormai da anni a portare la guerra, per ragioni politiche o economiche, in paesi lontani, Vietnam, Afganistan, Iraq, centinaia di migliaia di morti di quelle popolazioni, ma si consideravano al sicuro nei loro grattacieli di vetro e acciaio. Con l’11 settembre hanno per la prima volta toccato la tragedia in casa propria. Noi europei abbiamo subito sulla nostra pelle il dramma del nazismo, e milioni di morti per una guerra che ha distrutto le nostre città, e monumenti più importanti delle Torri Gemelle rasi al suolo (basti pensare alla distruzione della Abbazia di Montecassino). Ognuno pianga i propri morti sulle proprie macerie, ma ciò che ha cambiato la nostra vita e condizionerà il futuro del pianeta non è l’11 settembre ma la bomba atomica, ormai nelle mani di governanti fanatici come quelli dell’Iran e della Corea del Nord.
Un senso diffuso di lacerazione
LAURA MANCINELLI
Non so da dove sia partito il disegno perverso di distruggere le due Torri, non ho strumenti per giudicare, dunque non giudico, né ho informazioni particolari sui fatti, al di là di quello che sappiamo, che ci viene detto o che pensiamo. Ma non ho dubbi che sia partito da disegni mostruosi intesi a dividere il mondo e accentuare la frattura tra Occidente e Oriente. Dare poi la spiegazione della guerra di religione tra mondo occidentale e Islam è una mascherata, una scusa per coprire altre ragioni, mosse dalla logica degli interessi economici, ad esempio quelli petrolieri e da interessi politici dei signori della guerra. Il cambiamento c’è ed è evidente. È il peggioramento della situazione internazionale, soprattutto nel medioriente. Il cambiamento c’è e si vede in termini di morti e di perdite, di divisioni e di conflitti. E delle paure che ognuno di noi nutre per sé e per il mondo. E’proprio su questo motivo del senso di lacerazione che ha colpito tutti noi che ho incentrato il mio ultimo romanzo di prossima pubblicazione, Il ragazzo dagli occhi neri.
Nessun autore l’aveva immaginato
VALERIO MANFREDI
Ero sull’autostrada del Brennero all’altezza di Carpi quando udii la notizia alla radio che diceva di un aereo che si era schiantato su una delle torri gemelle. C’era il sospetto di un atto terroristico. Poco tempo dopo, a casa, vidi la scena in televisione: era al di là di ogni immaginazione. Ciò che mi colpì fu che nessun autore di thrillers internazionali aveva mai ipotizzato uno scenario del genere anche se in seguito ricevetti molte telefonate di gente che aveva letto il mio Faraone delle sabbie in cui si descriveva qualcosa di non troppo diverso. Qui l’idea dell’attentato era totalmente inedita e a suo modo macabra e geniale al tempo stesso: un missile guidato da un cervello umano a perdere. Il mondo è cambiato? Altroché. Purtroppo è difficile tirare le somme di quelle conseguenze a pochi anni di distanza perché l’onda lunga non è ancora esaurita. Il fatto positivo è che non ci sono più stati attentati di quella magnitudine anche se le bombe di Madrid e di Londra hanno avuto un impatto drammatico. Osama non è più apparso in tv e forse non ha nemmeno più tentato di realizzare qualcosa di simile. Forse si è reso conto che se tira troppo la corda la reazione potrebbe essere fuori misura e che da solo comunque non può farcela. L’America non ha risolto il problema in Afghanistan ed è completamente impantanata in Irak. La scena mondiale è dominata dalla vertiginosa ascesa di Cina e India dalla corsa all’accaparramento delle risorse e dalla catastrofe ambientale ormai inevitabile. Pare che le grandi potenze aspettino con interesse crescente lo scioglimento totale dei ghiacci polari per sfruttare i ricchi giacimenti di metano e petrolio sul fondo dell’Oceano. Un po’ di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica e poi via con le trivelle. «Deus confundit quos vult perdere». Di fronte al mostruoso stupro della natura e del pianeta in corso fra l’allegra indifferenza dei più Osama è diventato piccolo piccolo, quasi patetico.
Si sono radicalizzati i pregiudizi
PAOLA MASTROCOLA
Io credo che non sia cambiato nulla nel mondo e soprattutto nel nostro mondo. Noi italiani in un certo senso siamo lontani e non toccati. Certo quell’evento luttuoso è rimasto come immagine, come spettacolo, così come è rimasto nella mente lo tsunami o qualche altra sciagura dei nostri giorni. Immagini che vanno a sovrapporsi con le immagini da fiction di film d’effetto, dall’Inferno di cristallo a Lo squalo 3, tanto per dire dei primi che mi vengono in mente. Però, sforzandomi e volendo trovare in cosa siamo cambiati, posso dire che si sono radicalizzati i pregiudizi che avevamo. Adesso sappiamo tutti che abbiamo un nemico, ognuno il suo. E per dirla con una banalità, chi è più a sinistra ha potenziato l’antiamericanismo, chi è un po’ più a destra l’antiislamismo. Aciascuno il suo nemico.
Cambiate le attività di contatto
RAUL MONTANARI
Spiace dirlo, ma dopo l’11 settembre il nostro mondo è cambiato completamente, in peggio. Perché spiace? Non solo per motivi ovvi, ma anche perché il pianeta ha visto e vede stragi di entità ben superiore che però non sono mai riuscite a invadere e modificare il nostro universo, i nostri sistemi di riferimento e di comunicazione. Sono cambiate le attività di contatto, di scambio, di apertura verso l’esterno. Prendere l’aereo è diventato uno strazio, ma questo in fondo è il meno: è cambiata drammaticamente la natura stessa dello sguardo reciproco che corre fra culture diverse. E questo, per un effetto contagioso, non vale solo fra Islam e Cristianesimo. Le statistiche dimostrano che c’è un irrigidimento a 360°, di tutti verso tutti. Il rapporto con l’Altro si è fatto ringhioso, la diffidenza reciproca è aumentata divorando all’indietro tutta la strada che era stata fatta per colmare le distanze, valorizzare le differenze e trasformarle in arricchimenti, in quel meticciato, quel benefico imbastardimento, che è il motore genetico del crescere, del migliorarsi, espandersi: della vita stessa, insomma. Bisognerà aspettare e ricominciare, con pazienza.
Come se fossero tornati gli indiani
ALESSANDRO PERISSINOTTO
Secondo me c’è un’enfasi eccessiva intorno al dibattito sul cambiamento dopo l’11 settembre. Certo, il mondo è cambiato negli aspetti pratici. Gli Stati Uniti si sono scoperti arretrati, sia nella sicurezza, sia nell’agire stesso, dettato da paura e da errori. Però io non parlerei di cambiamento; non mi sembra un cambiamento come la caduta del muro di Berlino. È stata una tragedia, ma non un cambiamento epocale, perché non sono cambiate le mentalità, né sono cambiati gli equilibri. Non ci sono più i due grandi blocchi Russia/Stati Uniti, anzi entrambi sono diventati due blocchetti, sia la Russia di Putin che l’America di Bush. C’è invece un unico grande blocco, che è il sistema globalizzato. Credo che l’11 settembre abbia focalizzato l’idea del cattivo di turno, un po’come erano gli indiani dei western vecchia maniera prima che diventassero buoni. L’11 settembre corrisponde alla costruzione di un cattivo, quasi come se l’Occidente avesse sempre bisogno di un cattivo
C’è stato un effetto carambola
SALVATORE NIFFOI
Quando accadde la tragedia ero davanti alla televisione a prendermi la mia overdose di cazzate che pure a volte hanno una funzione analgesica. Improvvisamente, di fronte a quelle immagini ebbi l’intuito ferino di trovarmi davanti ad una scena demoniaca. Ho pensato che stava succedendo qualcosa di catastrofico, ho pensato al futuro, mi son detto «niente sarà più come prima». Ho capito che c’era stata una combustione tra le ideologie e le religioni, tra gli integralismi politici e religiosi; ho avuto la sensazione che quello fosse il bubbone della metastasi che ha alterato gli equilibri di tutti i macro e microcosmi, anche dei luoghi più sperduti, portando inquietudine dovunque. L’11 settembre ha fatto sì che i deboli si sentissero molto forti, e quando accade questo succede che i troppo forti finiscono per sentirsi troppo deboli. Quello che è venuto poi è stato un effetto carambola, un effetto scissione. Credo che tutti i processi d’integrazione sarebbero migliorati senza questo scontro Cristo/Allah. Se si toglie a qualcuno mezzo pane si vive, ma se si toglie la tranquillità si muore. Non ho paura della morte, l’ho vista in faccia tante volte, ma mi dà fastidio questa faccia subdola della morte. Tutti gli aeroporti sono diventati balli mascherati, è scoppiato un microcitema. E non è più tempo di santoni o di cristologia. Ma l’effetto più devastante (che ho rappresentato in una sessantina di quadri materici che ho dipinto) è il senso del piratismo, dell’indifferenza che porta a un approccio freddo con la morte. Quando ci si lava le mani del sangue versato, quando una civiltà perde il senso cristiano del rimorso, io ho paura.
Un errore dei signori della guerra
FRANCESCA SANVITALE
Certo che ha prodotto cambiamenti, c’è di mezzo la tragedia del Medioriente. E ci sono i morti, le perdite, in tutti i sensi per l’America. La guerra che ha portato tutti i problemi fuori campo (non saprei usare un’altra parola) era cominciata con un obiettivo preciso, Bin Laden, i Taliban e l’Afghanistan. Ma poi da qui si sono innescati tutti gli altri problemi. Libano, Israele, Europa, America, come reazioni a catena. Tutto è andato stringendosi in una pericolosissima guerra di tutti contro tutti. E tutto è nato per un errore di fondo dei signori della guerra attorno a Bush. Ora, siccome oggi è impossibile parlare di etica, direi che non è un errore di etica, ma di ignoranza culturale che si traduce in ignoranza politica, soprattutto se si considera la cosa dal punto di vista del realismo. |
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