Birgit Vanderbeke

Il muro tra adolescenti e adulti
Birgit Vanderbeke
Sweet sixteen
pp. 128, euro 13
Del Vecchio Editore, 2008
di Angelo Orlando Meloni
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Birgit Vanderbeke è una scrittrice tedesca già nota in Italia grazie ad alcuni titoli pubblicati da Feltrinelli e Marsilio, e ritorna in libreria grazie alla traduzione di Paola del Zoppo, pubblicata da Del Vecchio Editore.
Sweet sixteen è un romanzo di idee, dallo svolgimento veloce ma pieno zeppo di rimandi, riflessioni e provocazioni, che tratta un tema eterno dall’eterno ritorno: la ribellione adolescenziale. Ma se sui mezzi di informazione l’occhio è rivolto sui giovani senza valori né bussola che si danno a un nichilismo con risvolti sadici, criminali, vittime e carnefici compiaciuti della società opulenta, di atti animaleschi di bullismo (la cronaca nella sua crudezza è chiara), il romanzo della Vanderbeke va controcorrente. Gli adolescenti non sono dipinti come portatori di caos perché questo è ciò che pensiamo noi adulti crescendo e invecchiando da «regressi» o «depressi», per usare la classificazione che compare nel romanzo. La ribellione adolescenziale della Vanderbeke non va a cavallo di pastiglie e sballo, non nasce dal sogno di partecipare a una gara di canto in tv o da ghiribizzi emulativi, ma si sostanzia in una classica e sconcertante fuga. Sconcertante per gli adulti e per il mondo che hanno costruito, al quale i più giovani rispondono con un secco no, scomparendo nel nulla.
Quando tutto ha inizio le prime sparizioni sembrano normali sparizioni, un sacco di gente ogni giorno se ne va senza lasciare traccia, succede. Ci vuole perciò tempo, e la scomparsa del figlio di una famosa presentatrice, per mettere assieme i fatti. “Sweet sixteen”, sono le parole chiave. A sedici anni, allo scoccare del compleanno, qualcuno, anzi, molti scappano, costituendo una specie di internazionale della fuga. E chi scappa infila il telefonino in una busta e lo spedisce al primo indirizzo trovato sull’elenco, alla faccia del luogo comune sui giovani tossici da sms.
Sweet sixteen è puzzle variopinto - e credibilissimo - della contemporaneità. Citazioni Pasoliniane; Maron Brando vs. Brad Pitt e Fight club come vademecum; gli imperscrutabili otaku e le fiere giapponesi del fumetto; un paroliere anarcoide accusato di essere l’oscuro manovratore o quanto meno l’ideologo da additare al pubblico ludibrio; sabotaggi non-violenti a base di sardine putrefatte che costringono le autorità a escogitare il reato di attentato olfattivo; acrobazie retoriche votate alla demonizzazione degli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza, visti come veleno sociale che ha intossicato intere generazioni; queste e altre suggestioni sono i mattoni che vanno a erigere un muro impenetrabile tra i più vecchi e i più giovani. I sedicenni della Vanderbeke non sono come i bambini pericolosi narrati da James G. Ballard nell’agghiacciante novella Running wild/Un gioco da bambini, ma anche loro hanno deciso di andarsene in silenzio, senza una spiegazione. Abbandonano la partita, compresa l’agiatezza delle loro famiglie, e scelgono di vivere in una maniera diversa, a noi sconosciuta, da nuovi santi o neocinici. Più che escogitare nuove ipotesi di reato o battere la grancassa dei valori, non mi stuperei se qualcuno li invidiasse.
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