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Fabio Stassi
Fumisteria
pp. 110, euro 10.50
GBM, Messina 2006
di Beatrice Agnello | Fabio Stassi è di famiglia siciliana, anche se è nato a Roma – nel 1962 – e vive a Viterbo. Fumisteria, pubblicato da GBM di Messina nel 2006 (Premio Vittorini opera prima nel 2007) è il suo primo romanzo, ma già Stassi ne ha pubblicato un secondo (è finito il nostro carnevale, editore Minimum fax) confermandosi uno scrittore parecchio interessante.
Protagonista di Fumisteria è davvero il fumo, quello di una sigaretta e quello che avvolge le vicende siciliane, in cui niente è mai come sembra.
Le due citazioni in esergo, da Vitaliano Brancati e da Giuliana Saladino, sono rivelatrici, la storia infatti intreccia una vicenda alla Brancati, storia di donne e di corna nella Sicilia degli anni Cinquanta, e fatti legati alle lotte contadine di quegli anni, materia di tanti scritti della Saladino. Ma, soprattutto, sono citazioni rivelatrici di nobili ascendenze letterarie, non tradite: di Brancati e di Saladino, Stassi riecheggia umori e scrittura lucida e tagliente.
Per gli ingredienti narrativi che usa, il romanzo potrebbe sembrare la riproposizione di stereotipi consueti, ma ci si accorge subito che non è così e che l’autore con gli stereotipi ci gioca, ma proprio per denunciarli come mistificatori: usa “lo stesso mazzo di carte che si tramanda da sempre. Tradimenti, vendette… il cinematografo dell’isola dello scirocco, della gelosia, delle promesse sul taglio delle labbra…”, ma per catturare, “per la coda”, altre storie, che è difficile prendere “perché da questa terra hanno rapinato tutto, proprio tutto, anche le voci, e il silenzio, è rimasto meno di niente”.
Tutto inizia con un omicidio. Il morto ha un passato politico, è stato partigiano e comunista, ma ormai da tempo fa solo lo scarparo. Il protagonista invece è un avvocato, che è il suo opposto e, anche lui, una figura emblematica della Sicilia di quegli anni. È stato monarchico, fascista, repubblicano: in buona sostanza, opportunista. Si è sposato tardi, con la più bella del paese, nonostante una fama di misoginia e una supposta e chiacchierata scarsa virilità. Qui siamo proprio in un ambito brancatiano, ma in tema di rapporto uomo-donna declinato alla siciliana, si sente chiara pure la diagnosi di Sciascia: sono le donne che comandano davvero in questa terra, anche se pare il contrario, le donne sono forti e gli uomini fragili.
Sullo sfondo della storia, o meglio come storia parallela (ma, in questo caso, non è vero che le rette parallele non si incontrano mai) la miseria e l’ingiustizia della vita contadina, la violenza mafiosa, la strage di Portella: la “terra di rapina” di Giuliana Saladino.
Alle due linee narrative corrispondono due diverse voci narranti che si alternano e che sono differenziate dall’uso per una del tondo e per l’altra del corsivo: la vicenda “brancatiana” è narrata in terza persona, il suo sottotesto “saladiniano”, è raccontato in prima persona da un personaggio del romanzo, un contrabbandiere finito in galera, che parla alla sua maniera della Sicilia di quegli anni e con il suo punto di vista di escluso svela le finzioni stereotipe, facendo da controcanto alle apparenze.
A questo personaggio è affidata anche la rivelazione in filigrana della poetica dell’autore, la sua idea di come nascono e si sviluppano le storie. Innanzi tutto, bisogna tendergli un tranello, alle storie, e aspettare che maturino, perché da ognuna può nascerne un’altra; per raccontare si usano gli stessi materiali di sempre, lo stesso “mazzo di carte”, ma, come si fa con un mazzo di carte, questi materiali bisogna mischiarli e scompaginarli.
E poi “Le storie danno calore, quando non si ha altro”. Ma non ti appartengono: “la terra che ari non è tua (…) e non ci puoi fare solchi profondi. Puoi smuoverla appena, in superficie. Le storie sono così. Levano solo la terra che c’è sopra; quasi mai toccano quello che nasconde”. Le metafore usate sono certo diverse, ma ricordano la fascinosa definizione che Borges dà del romanzo come “imminenza di una rivelazione che non si produce”.
Della storia non racconterò altro, per non svelare i segreti del suo ben ordito intreccio giallo. Un’ultima considerazione, invece, è giusto farla. All’autore di Fumisteria piace giocare con quel gioco serio che è la letteratura, e sa farlo bene. Lo si vede dalla mano leggera e precisa con cui riesce a dare al lettore le chiavi per penetrare sotto la superficie del suo romanzo. Lo si vede anche dai nomi che dà ai suoi personaggi, parecchi dei quale sono citazioni da altri libri, come il tomasiano Bendicò e Perelà, “l’uomo di fumo” – non per caso, restiamo in tema – di Palazzeschi; o dall’uso, mutuato da Tommaso Bordonaro, della parola “spartenza” per definire l’abbandono della propria terra da parte dell’emigrante. È uno scrittore colto, Fabio Stassi, e Fumisteria mantiene la promessa che ogni libro fa per il semplice fatto di proporsi al lettore: è un libro che ha davvero qualcosa da dire, un bel libro. |