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Nisini La demolizione del Mammut

Giorgio Nisini

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Ritorno nel passato doloroso

 

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Giorgio Nisini

La demolizione del Mammut

pp. 274, euro 16

Giulio Perrone, 2008

 

 

 

 

 

di Federica Marchetti

 

 

 

 

Opera d’esordio di Giorgio Nisini (studioso di letteratura e di cinema), La demolizione del Mammut è un  romanzo di oltre duecento pagine che comincia con un vero progetto da attuare: la demolizione del monoblocco del “Mammut”, il mastodontico ospedale di Varziale (località immaginaria creata dall’autore) ad opera di un architetto (il protagonista, di cui non viene mai detto il nome), esperto di bioarchitettura e di decostruzione edilizia. L’uomo, che attualmente vive a Roma, torna malvolentieri nella sua città natale dove, da subito, è preda di vecchi dolorosi ricordi.

La demolizione del Mammut procede su un triplo binario: quello delle sensazioni che arricchiscono ma rallentano, quello del plot che procede prima lento poi sempre più rapido fino a diventare sincopato nelle ultime pagine, e quello dei ricordi che perseguitano l’architetto.

Le sensazioni sono in ogni pagina, in ogni passaggio, in ogni pensiero: vuoto, turbamento, tuffo al cuore, fitta allo stomaco, ossessione, eccitazione rabbiosa e liberatoria, fastidio, sentimento quasi erotico di attrazione e di paura, indifferenza, freddo, precarietà, pericolo, curiosità. Ad un certo punto il protagonista è esausto e ha così bisogno di un “alleggerimento emotivo che ha voglia di dormire per sprofondare dentro un mondo sconfinato in cui non si provano emozioni”.

I ricordi si intrecciano con la trama e riportano l’uomo al suo passato in cui, le due sorelle e i genitori morirono in un incidente d’auto, lasciandolo unico superstite della famiglia.

Il plot inizia in un modo poi prende tutta un’altra strada.

Al centro del romanzo quattro figure femminili intorno alla quali ruota il protagonista insieme all’evoluzione e alla risoluzione della storia. Alice, la segretaria dell’architetto, trasmette all’uomo calma e serenità: sa cogliere le sfumature del suo carattere e, con pochi gesti affettuosi, le ricorda sua madre. La moglie Flora è capace solo di freddezza: nel romanzo appare sempre al telefono.

Carlotta Vurich, la donna ustionata in volto che, al suo apparire, è ritratta (come a simbolo iconografico) con un bambino in braccio, emana un odore aromatico che sa vagamente di incenso. Scatta subito nell’uomo una strana attrazione verso colei che le ricorda qualcuno o qualcosa e che lo guarda come se già lo conoscesse: quella che prova per lei viene definita dallo stesso architetto come un’attrazione morale verso la sua dignità e la sua dolcezza. Infine Rosetta Milli, l’ingegnere che coordina il nucleo tecnico del comune, ontologicamente kitsch, mossa da un perenne rancore che la tiene in uno stato di conflitto, e che appare come una donna infelice. Questi due ultimi personaggi, man mano che il romanzo evolve, sembrano scambiarsi i ruoli fino all’inaspettato finale che coglie tutti di sorpresa.

Attratto, ammirato ma anche impaurito e infastidito dalle donne, l’architetto capisce sempre, o si illude di capire, il valore di chi incontra anche se, talvolta, le apparenze possono ingannarlo: anche in modo catastrofico. Ad un certo punto del romanzo, l’autore fa fare al suo protagonista un ritratto preciso delle donne che, sebbene abbia un tono superficiale e misogino, dovrebbe inorgoglirle, nella loro essenza così diversa da quella degli uomini (nel bene e nel male).

“Del cuore delle donne mi attrae la curiosità, l’entusiasmo per gli oggetti minori, per i dettagli. L’ossessione per il vacuo. Non riescono a possedere lo sguardo complessivo sulle cose, la necessità delle categorie definitive. Eppure hanno la loro contropartita. Sono delle sacerdotesse dell’inutilità. Sanno trasformare l’inutile in una categoria dello spirito. Nell’essenza”. Cosa ne sarebbe del mondo senza le donne? E come sarebbe andato a finire La demolizione del Mammut senza le donne?

 

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