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Joseph Hayes Ore disperate

Joseph Hayes

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Dramma di una famiglia violata

 

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Joseph Hayes

Ore disperate

Trad. Cecilia Mutti

pp. 238, euro 18

Mattioli, 2007

 

di Lidia Gualdoni

 

 

 

 

 

 

Ci sono scrittori di ottimo livello che, pur avendo conosciuto il successo in patria, hanno avuto scarsa fortuna fra le nostre case editrici, tanto che a volte vengono pubblicati postumi. Così, dei numerosi romanzi di Joseph Arnold Hayes, nato ad Indianapolis nel 1918 e scomparso nel 2006, autore di famose pièce teatrali, di sceneggiature per il cinema e per la televisione, oltre che giornalista e scrittore, in Italia non c’è traccia. La sua «salvezza» dal mare dell’oblio però è dovuta alla casa editrice Mattioli 1885 che, perseguendo un preciso obiettivo, ha da poco mandato nelle librerie Ore disperate, il primo romanzo di Hayes, uscito nell’ormai lontano 1954, adattato per il teatro, con un giovanissimo Paul Newman, e ben due volte per il cinema – protagonisti Humphrey Bogard, nell’edizione del 1956 e Anthony Hopkins nel remake del 1990.

La storia è quella di tre fuggitivi, i fratelli Glenn e Hank Griffin con il loro complice Robish che, evasi dal carcere di Terre Haute, si dirigono incredibilmente verso Indianapolis, l’ultimo posto dove dovrebbero andare, ovvero la città dove sono stati catturati. Hanno le ore contate, ma devono recuperare il denaro della rapina in seguito alla quale sono stati condannati a dodici anni di carcere ed vogliono saldare il conto rimasto in sospeso con un uomo dell’ufficio dello sceriffo della contea di Marion, Jesse Webb .

Jesse pensa, anzi spera, che i Griffin tornino ad Indianapolis: fa affidamento sull’istinto dei criminali a ritornare al nido, nella loro città, dove hanno l’illusione di potersi muovere con maggior sicurezza e dove contano di poter sempre trovare il nascondiglio adatto. E la casa degli Hilliard, un’abitazione a dieci isolati fuori dalla cerchia urbana, abbastanza appartata per dare un senso di intimità e di isolamento, diventa il nascondiglio adatto per i tre

criminali che prendono in ostaggio l’intera famiglia - i coniugi Dan ed Eleanor, con i figli Cindy e Ralphie. La scena che il vicesceriffo Jesse Webb immagina - vede Glenn Griffin arrivare sotto il portico in miniatura della sua casetta, bussare, entrare e rivolgere alla moglie Kathleen lo stesso sorriso beffardo che a suo tempo aveva rivolto alla giuria -, non si è ancora, né si avvererà mai: non è forse vero che le cose di cui si ha più paura sono quelle che accadono con minor probabilità? Per contro, le scene che un uomo, una volta preso nel tran-tran quotidiano di una vita tranquilla non immaginerebbe mai, sono proprio quelle che succedono, e con frequenza maggiore di quanto non si sia disposti ad ammettere.

Ore disperate mette dunque in scena il dramma di una famiglia violata nella propria intimità e costretta a cedere alle minacce di tre criminali; l’atmosfera è quella tipica dei thriller americani di qualche tempo fa: la lenta ricerca di indizi e di prove è affidata più a semplici e fortunate intuizioni che ai moderni e veloci mezzi di indagine ed offre al lettore un ormai insolito spaccato di America Anni Cinquanta.

Ma il punto non è sapere se, quando o come la polizia, l’Fbi o lo sceriffo riusciranno a trovare la casa della famiglia tenuta in ostaggio e a liberarla senza la perdita di vite umane, ma piuttosto la lenta e tragica trasformazione di un onesto padre di famiglia in un uomo assetato di vendetta prima che di giustizia: «Dan Hilliard non era più padrone di sé. Quegli uomini avevano inflitto ai suoi cari due giorni da incubo, d’inferno: avevano picchiato, minacciato, terrorizzato; avevano portato nella sua casa la violenza, l’odore del sangue, le pulsioni più basse e meschine. Non rimaneva che quello, ormai, quell’ultimo atto, poi sarebbe finita».

Dan Hilliard - costretto suo malgrado a mantenere la calma per assicurare l’incolumità dei suoi cari - e il sadico e perverso Glenn Griffin incarnano la lotta che da sempre contrappone il bene al male. La situazione è resa poi particolarmente instabile dai tentativi di fuga del giovane Ralphie, dalle continue recriminazioni e rivalità fra i tre fuggitivi e dalle ambivalenti sensazioni provocate nel giovane Griffin da una parte, dall’infatuazione per Cindy, dall’altra dall’invidia per quella famiglia benestante e unita, per quella casa pulita ed ordinata, in breve, per quella vita che non ha mai avuto.  È soprattutto per questa capacità di delineare i tratti psicologici dei personaggi in una particolare situazione di pericolo, più che per la solidità dell’impianto narrativo, che Ore disperate costituisce uno degli esempi più riusciti del cosiddetto «hostage thriller», imitato nel tempo da numerosi autori, senza mai, però, raggiungere la convincente e coerente capacità introspettiva di Hayes.

 


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