Registrazione   |  Login
Leonardo Colombati Bruce Springsteen.

Leonardo Colombati

Colombati 1.jpg

Canto della città di provincia

 

Colombati cop.jpg
Leonardo Colombati

Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole

pp. 663, euro 24

Sironi, 2007

 

 

 

 

 

di Federica Marchetti

 

 

 

 

 

Negli Stati Uniti la cultura (e dunque la musica) popolare è considerata parte integrante della tradizione tout court, senza la frattura, tipicamente europea, che prevede la cultura alta (colta) da una parte e quella bassa (pop) altrove. Dunque, l’armonia della tradizione americana pone Bruce Springsteen accanto ai poeti del calibro di Whitman e Melville.

 Uno scrittore erudito (Leonardo Colombati) e appassionato per un artista (Bruce Springsteen) profondo, popolare ma, allo stesso tempo, colto e sofisticato è il binomio perfetto per una monografia imperdibile adatta a tutti gli estimatori ma anche a chi vuole approfondire la conoscenza dell’artista del New Jersey.

Folksinger, bluesman, storyteller o quant’altro, Springsteen ci viene raccontato dal punto di vista privilegiato – del fan che si trasforma in biografo – ma inedito: ne scaturisce un ritratto non solo del cantore dell’America popolare ma anche dell’attento regista che mette in musica brevi racconti attingendo alla cultura cinematografica e letteraria. Unendo melodie semplici e originali, Springsteen canta la solitudine e la disperazione della sua terra. Pagina dopo pagina, si scopre un artista sfaccettato e irresistibile che racconta piccole storie pervase di grande ma anche disperata America eppure universali e condivisibili in ogni parte della terra.

Nella sue canzoni Bruce Springsteen canta la sua terra, il New Jersey (è nato a Freehold), soggetto privilegiato di barzellette e battute nazionali, e soprattutto racconta la città di provincia, claustrofobica, depressa e grigia, teatro di analfabetismo, disoccupazione e scontri razziali.

 Quando arriva Springsteen sulla scena, appare come l’Uomo Nuovo, un songwriter che mostra (meglio di come Elvis e Bob Dylan avevano fatto) il codice genetico dell’America. Non è un rivoluzionario della musica ma la rimescola pur tenendo salde le sue radici. Arrivando al momento giusto, ha salvato il rock’n roll senza rinnovarlo di una virgola, tenendo a galla la tradizione americana.

Chi pensava alla celebrazione del suo grande paese, si ritroverà tra le mani nitide fotografie della provincia americana. Le sue ballate sembrano dei cortometraggi sulla solitudine dei protagonisti, diversi eppure sempre uguali nella loro corsa verso il destino. Ogni suo disco inizia dove il precedente si era concluso come una serie di romanzi che raccontano un’infinita storia. Colombati parla del “segreto di Spingsteen” racchiuso nella qualità dei suoi talenti: compositore, chitarrista, scrittore, live performer sempre ai massimi livelli, Elvis incrociato con Dylan. Ma ciò che lo ha reso una leggenda è la sua visione del rock’roll come forza salvifica.

 Questo monumentale libro di più di seicento pagine, introdotto dalla prefazione di Ennio Morricone, si divide in tre parti: un saggio sulla tradizione del grande romanzo americano, i testi (originali con traduzione a fronte) dei brani più significativi (113 sulle 247 canzoni pubblicate dal 1973 al 2007) e l’appendice sulla vita e le opere di Springsteen ormai incontrastata icona della cultura americana.

Da Come un killer sotto il sole si può imparare molto. Vero e proprio compendio della cultura e letteratura americana, ma anche della storia della musica popolare, il libro ricostruisce l’epica dell’uomo che sognava di essere un rock’n roller e fu solo rockstar.

Perché un libro su Bruce Springsteen?

Perché è la mia grande passione musicale da quando avevo 15 anni e andai a vederlo a S. Siro nel 1985. Ma la mia intenzione, quando ho progettato il libro, non era quella di scrivere l'ennesima agiografia di una rockstar: ho voluto concentrarmi solo sui testi delle canzoni di Springsteen, scegliendone quelli più validi dal punto di vista letterario e presentandoli affiancati da un apparato critico che di solito si riserva ai "poeti laureati". Perché per me Springsteen è davvero un grande scrittore. Ecco, lo scopo del libro è questo: presentare ai lettori italiani (anche quelli a cui non piace il rock) un grande scrittore americano.

Quanto tempo è stato necessario per scrivere un’opera monumentale e dettagliata come la tua?

Ho iniziato a "costruire" il libro ormai più di dieci anni fa e ho continuato a prenderlo tra un romanzo e l'altro, o come diversivo al mio lavoro narrativo. Rispetto allo scrivere romanzi, è stato molto più divertente, anche se non meno faticoso; e poi, traducendo i versi di Springsteen dall'inglese ed entrando nei suoi meccanismi (stile, tecnica del racconto), ho imparato cose interessanti, che mi sono state utili per scrivere le mie cose.

Negli Usa Springsteen è un artista amato e popolare. Quanto lo è in Italia?

L'Italia è il quinto Paese al mondo dove Springsteen ha venduto più copie dei suoi album. Oltre a questo dato, va detto poi che, insieme agli spagnoli, gli italiani sono il pubblico più "caldo" ai concerti di Springsteen. Il legame tra Bruce e il nostro Paese, insomma, è molto forte.

 Come hai scelto il titolo?

"Come un killer sotto il sole" è un verso di Thunder Road, una delle canzoni più belle scritte da Springsteen. Mi sembrava un titolo evocativo, e che aveva una sua musicalità. Quanto al sottotitolo, poi, "Il Grande Romanzo Americano", l'intenzione era quella di antologizzare i suoi migliori testi ordinandoli non in senso cronologico ma come a costruire un vero e proprio romanzo. Nell'opera di Springsteen, temi, luoghi e personaggi ricorrono in diverse canzoni, anche a distanza di anni. Si può dire, quindi, che i suoi brani sono i capitoli di un romanzo, un Grande Romanzo Americano appunto.

 Perché Bruce Springsteen è soprannominato “il boss”?

Lo chiamavano così i musicisti della E Street Band, il suo gruppo storico, perché lui era quello che staccava gli assegni. Col tempo è diventato il suo soprannome ufficiale, e devo dire che gli sta bene: basta vederlo dal vivo per capire subito che lui è il Boss, anche se a Springsteen il nomignolo non è mai piaci>uto molto.

 Trovi che nel panorama musicale italiano ci sia un cantautore paragonabile al “boss”?

No. In molti hanno cercato di mutuarne alcune caratteristiche (Ligabue, ad esempio, cerca di muoversi come lui sul palco), ma i risultati non mi sembrano eccellenti.è un po' come con Dylan: De Gregori, che ha sempre cercato di imitarlo, è bravissimo; ma Dylan è unico e irripetibile, come Springsteen.

  Bruce Springsteen conosce il tuo libro?

Sì, ne ha voluto una copia, e poi mi ha invitato a un suo concerto, a Colonia. Abbiamo chiacchierato un po' nel suo camerino, è stato molto gentile, un vero signore. A Parigi, qualche giorno dopo, mi ha dedicato una sua meravigliosa canzone, Jungleland.

 In Italia ascoltiamo gli stranieri apprezzando soprattutto la musica e tralasciando le parole delle canzoni anche a causa della barriera linguistica. Credi di aver contribuito, con questo libro, a rivalutare la poesia di Springsteen?

In Italia c'è ancora chi discute se il testo di una canzone possa legittimamente essere equiparata alla poesia. In America, dove la canzone popolare e la letteratura sono nate insieme, questa diatriba è stata risolta ab ovo: è ovvio che alcune canzoni siano poesie, no? E poi, guarda, non voglio rischiare di essere spacciato per un qualunquista, ma ... la verità è che tutti ricordano i versi di certe canzoni di Paolo Conte, di De André, di Gino Paoli, mentre nessuno (o quasi) saprebbe recitartene uno di Luzi o Zanzotto. La poesia ufficiale, da decenni, si è rinserrata in una torre d'avorio: i poeti scrivono per essere letti da altri poeti e la loro voce, di conseguenza, è come un bisbiglio inascoltato.

 

 

Stampa  

Copyright (c) 2000-2006  •  Dichiarazione per la Privacy  •  Condizioni d'Uso
DotNetNuke® is copyright 2002-2012 by DotNetNuke Corporation