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Andrea Camilleri "La pista di sabbia"

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Andrea Camilleri

La pista di sabbia

Sellerio, 2007

 

di Gianni Bonina

 

Nel romanzo in cui agisce per un impronosticato impulso zoofilo e mobilita l’intero commissariato su un’inchiesta che non solo non è di sua competenza ma che sembra fatta per suscitare il ridicolo, Montalbano si trova nella peggiore delle condizioni mai vissute perché per la prima volta bersaglio in un indistinto poligono è lui, sfidato in maniera proterva, nello sprezzo della sua qualità di commissario, da forze che si rivelano per essere mafiose.  Irruzioni ripetute di topi d’appartamento, sistematiche operazioni di sorveglianza a distanza, telefonate anonime di minaccia, tentativi di incendiargli la casa, conflitti a fuoco: la posta sembrerebbe altissima e invece in gioco c’è un comune traffico di cavalli rubati, anzi il mero ritrovamento di un esemplare equino ucciso barbaramente, alla vista del quale il commissario è mosso dall’indignazione di vedere in faccia la gente che è stata capace di torturare con tanta ferocia un animale.

Questo squilibrio tra intenzione e azione che procura un senso di improbabilità tra il dromenon e il legomenon, il fatto e il suo racconto, come se quanto faccia Montalbano e quanto subisca sia eccessivo rispetto alla portata del caso, è il cardine di un romanzo che, non girato su un omicidio (quello che figura è tenuto solo lateralmente), integra un’elevazione di senso conferendo all’indagine significato di simbolo: l’accusa che il commissario imputa agli oscuri responsabili è infatti di lesa umanità, una colpa di natura etica entro il quadro di una educazione alla protezione degli animali mai realizzata appieno. Uccidere un cavallo fuori dalla macellazione può costare una contravvenzione - tant’è che tutti si rilassano a sentire su cosa Montalbano indaga - ma maltrattarlo fino all’accanimento può destare moti di ripugnanza e intenti giustizialisti nella coscienza di un uomo che, seppure privo di slanci verso gli animali e ancor meno attratto dal mondo equino, non può restare indifferente alla brutalità perpetrata con tanta truculenza. È soltanto in un secondo momento che l’inchiesta, estendendosi alle corse clandestine, investe la mafia e monta fino a provocare anche un omicidio, ma all’inizio Montalbano - vedendo la carcassa del cavallo sulla spiaggia di Marinella - a null’altro pensa che all’opera insensata di extracomunitari o di balordi cui vuole dare un volto.

È dunque proprio il cavallo morto, sia pure martoriato, a turbarlo oltremodo. Ma perché?  Che tipo di nuova sensibilità anima il commissario quando, al contrario, il Comune rimane noncurante di fronte alla sua richiesta di rimozione della carcassa e Gallo, incaricato di portare alla Scientifica reperti trovati sul luogo, sbotta dicendo che i colleghi lo prenderanno a pedate apprendendo di un’indagine su un cavallo ammazzato? A 56 anni Montalbano è un’altra persona rispetto a dieci anni fa se si occupa con tanta foga di un caso che in precedenza avrebbe affidato ad Augello o a Fazio con tutto disinteresse, come gli abbiamo sempre visto fare in presenza di rapine o abigeati.  Stavolta invece un episodio certamente minore, che potrebbe non costituire neppure reato, lo smania toccando il suo animo di uomo più che il suo spirito di investigatore.

Non è comunque la prima volta che il commissario interviene in vicende estranee al codice penale e che sono prive di cadaveri. Basterà ricordare i tre racconti di La prima indagine di Montalbano, accomunati dall’assenza di fatti di sangue, e le volte in cui si è reso, alla stregua del maresciallo Brancato de Il medaglione o del commissario di bordo Collura, un pacificatore pronto a dirimere liti; ma stavolta non c’è alcun elemento endogeno a stimolarlo, la spinta ad agire partendo da un sorgivo e inedito impeto nato dalla «mala impressione» della vista del cavallo. Sicché è cambiato eccome Montalbano: se in “Sette lunedì”, racconto soltanto di tre anni fa, compreso proprio in La prima indagine di Montalbano, la serie di animali uccisi lo induceva a indagare senza manifestare un solo cenno di riprovazione verso i responsabili, qui invece l’emozione lo piega alle ragioni di una pietas tanto più convinta perché rivolta a un solo animale: che assurge nella sua nuova eidetica a indice di una condizione sociale in derelizione più che di una specie preda delle aberrazioni umane.

Nell’uccisione brutale del cavallo il commissario vede infatti il senso di un abbrutimento che gli instilla propositi non diversi da quelli cui diede corpo in Il giro di boa dopo i fatti di Genova: allora voleva dimettersi dalla polizia, ora reagisce ugualmente d’istinto mettendosi sulle tracce degli aguzzini, in entrambi i casi assumendo atteggiamenti oltranzistici e agendo in difesa del proprio codice etico e della sua ormai identitaria human norm.

Ma quanto più questa sua concezione, al cui affinamento contribuisce in buona misura anche la maturità dell’età, si precisa in un grado di condotta propria del cittadino privato tanto più recede invece a uno stato di aperto contrasto della legge la natura dell’investigatore. La Vigàta di Montalbano è sempre più distante dalla Montelusa di Bonetti-Alderighi. Nonostante le pressioni del disciplinatissimo Fazio e sebbene la denunzia del furto di cavalli sia stata presentata alla questura, quindi esautorandolo, il commissario si rifiuta di informare i superiori, magistrato compreso, circa le indagini che sta svolgendo e finisce per dovere imbastire un «saltafosso», cioè uno stratagemma in taccia di messinscena, ai danni proprio del questore e del capo della Mobile, che trae in inganno per coprire il risultato delle proprie iniziative arbitrarie nel cui conto pesa anche l’uccisione di un uomo a opera di un suo agente.

Montalbano intende dunque rispondere solo alla sua coscienza, ma è in qualche modo costretto a farlo per via di un connaturato sentimento del pudore che gli impedisce di accettare nell’ordine delle cose di aver subito un furto in casa. Immagina che il giornalista che lo ha in odio, Pippo Ragonese, rida in televisione del fatto che i ladri possano entrare e uscire liberamente da casa sua e si rifiuta perciò di parlarne al questore perché gli imporrebbe di seguire le regole, ciò che determinerebbe la divulgazione di una notizia che non vuole invece che si risappia. E mentre capisce dunque le ragioni per cui una donna violentata si vergogna a denunciare lo stupratore, si sente allo stesso tempo offeso dalle intimidazioni anonime ricevute chiedendosi cosa abbia fatto perché altri possano pensare di imporre su di lui la loro volontà.

In questo gorgo di rovelli non c’è più il poliziotto ma l’uomo nudo con i suoi problemi interiori irrisolti, le sue forme di pudore e di candore, la sua educazione di uomo probo e di figlio della sua cultura. Una biénseance che gli procura una diversa forma di vergogna e di contrizione quando si concede alle grazie di Rachele Esterman, la femme fatale che lo riduce a maschio oggetto dei suoi desideri, in qualche modo offendendolo anch’ella: la sua reazione è quella di un peccatore pentito che ha pena di se stesso e che detestandosi si chiede come abbia potuto cedere alla tentazione.  Salvo poi, in verità, prendere coscienza dell’attrazione che ha per Rachele ribaltando il rapporto in un più ortodosso esercizio di conquista: terreno sul quale il commissario si muove poco e con difficoltà, a dire ancora il vero, perché ammette a se stesso di saperne poco di donne avendo avuto soltanto una ragazza in gioventù, poi Livia e quindi la ventenne conosciuta in La vampa d’agosto di cui non vuole però ricordare neppure il nome. Quanto a Ingrid, Camilleri non la include nel «catalogo» tenendo il loro rapporto in una nebulosa nella quale è labilissimo il confine tra amicizia e «qualcosa di diverso». Senonché anche stavolta Ingrid dorme in casa di Montalbano e le circostanze autorizzano a pensare a una maggiore intimità. Esplicito fino ad essere smaccato è invece il rapporto con la avvenente Rachele, donna dal temperamento cangiante, prima razionale e poi svenevole, in perfetta consonanza con un romanzo che si distingue per i ripetuti capovolgimenti diegetici e la sarabanda di colpi di scena che supporta un numero inusitato di personaggi.

E mentre Montalbano si chiede quante sono le Rachele che ha conosciuto, noi ci domandiamo quante sono le ipotesi di soluzione del caso e qual è quella che abbia fondamento. Il fandango di rivolgimenti in un geyser di mire non è solo una trovata narrativa per sorprendere il lettore, ma - proprio perché vediamo la tecnica della palinodia applicata per la prima volta - è anche una chiave di interpretazione del romanzo: il Montalbano che ammette di avere commesso «molti, troppi sbagli» designa per ciascuno di essi una variazione di indagine. La verità cambia aspetto con un ritmo vertiginoso e solo alla fine appare dalle nebbie: il cavallo trovato ucciso non è quello della sua padrona, i furti in casa non sono dovuti all’imminente deposizione del commissario in un processo di mafia, l’uomo ucciso non voleva entrare in Cosa Nostra, alcune figure si rivelano sotto ben altra veste, il coinvolgimento dei Cuffaro non è solo legato al processo ma anche al caso delle corse clandestine. Montalbano passa da un’ipotesi all’altra e poi torna a riprenderne una già dismessa dentro un gurgite di avvicendamenti che ingradano una delle sue peggiori inchieste, costellata com’è di errori e disattenzioni, come quella – dovuta alla crescente perdita della memoria e dunque all’età, suo cruccio e tormento inesausto – di aver dimenticato in tasca un ferro di cavallo decisivo ai fini della verità. Ma si rifà alla fine con un magistrale «saltafosso» meritando il sentito elogio di Fazio: «Non abbiamo fatto un buon lavoro. È lei che è stato bravo». Bravo anche perché ha saputo uscire dalla pista di sabbia in cui si stava infossando, la pista che ha sognato in un incubo nel quale montando un cavallo finisce per seppellirsi senza riuscire a tornare in quella non di sabbia e perciò regolare, la pista della vittoria, ovvero - nel suo caso - della verità. È un incubo nel quale Montalbano agisce con la vista offuscata, nell’impossibilità di una visione nitida, metafora dell’errore di prospettiva con cui ha condotto l’indagine ma anche traslato onirico di una sua reale urgenza: munirsi di occhiali.

 

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