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Brandolini Tevere in fiamme

Alessio Brandolini

 

 

Lo slittamento fantastico

 

Alessio Brandolini

Tevere in fiamme

pp. 60. euro 8

Azimut, 2008

 

 

 

 

 

di Alberto Casadei

 

 

 

 

 

Con Tevere in fiamme Alessio Brandolini giunge alla sua sesta raccolta, dove si accentua la componente visionaria e fantastica, ma a partire da una base concretissima (e anzi addirittura ‘politica’), già presente in molti testi precedenti. Si potrebbe parlare di realismo magico o di real-meraviglioso, riprendendo la nota formula applicata alla letteratura sudamericana così cara all’autore. In effetti, lo slittamento di tipo fantastico-surreale è ben presente in quasi tutti i componimenti, caratterizzati da un’effusività e da una fluenza da discorso ininterrotto; tuttavia, quasi sempre il fluire poetico nasce da un innesco (come direbbero i neurobiologi e i linguisti) decisamente contingente, come quando l’io si accorge di aspetti della realtà più banale che però sembrano distruggere la sua coerenza di persona (si veda, a titolo di esempio, Grandinata di parole sparate dal silenzio).

La visionarietà nasce insomma da un intenso bisogno di cambiare limiti e confini, di esprimere potenzialità interiori che viceversa tendono a essere represse: sintomatica una delle poesie migliori dell’intera raccolta, Di più non posso / sottrarmi alle tenebre…, che appunto si conclude con la scena che offre lo spunto per il titolo generale: “La nuvola che sorvola i giorni lesta arpiona i sogni / con dolcezza porta via la pelle e i grani del rosario. // Dà fuoco alla città e al bosco. Guarda: / adesso persino il Tevere è in fiamme”.

Si possono quindi seguire vie non battute, si possono sognare eventi che cambino il corso di una vita e di un intero periodo storico. Forse proprio questo Brandolini coglie nella poesia sudamericana, da lui anche tradotta con passione (basti pensare alla recente edizione di Sordomuta dell’argentino Jorge Boccanera, pubblicata da LietoColle nel 2008, e vincitrice del premio “Camaiore”). La tendenza a superare i confini precostituiti è evidente, e fornisce anche spunti alla configurazione ritmica dei componimenti, in alcuni casi decisamente variegata (quasi jazzistica) come in Svelta cala la notte: scimitarra… o in La città eterna ci rovina addosso, non bastano le palafitte…, dedicata alla memoria del poeta venezualano Eugenio Montejo, recentemente scomparso.

Si arriva all’intersezione con la prosa nella seconda e conclusiva sezione della raccolta, Zattere d’acqua, in cui echeggiano ancora ricordi di temi cari agli autori sudamericani (l’incipit del testo eponimo, per esempio, sembra riprendere spunti di un João Guimarães Rosa), con una ancor più accentuata tensione  verso l’estremo, come in Notte illuminata a giorno. Ma interessanti risultati sono raggiunti anche quando gli squilibri tendono a smorzarsi, e la rievocazione si arricchisce di toni quasi colloquiali, come nella validissima Ci provo da sveglio.

 


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