RiduciBellocchio Sono io che me ne vado
 
   

Violetta Bellocchio

 

 

Versilia horror

 

Violetta Bellocchio

Sono io che me ne vado

pp. 352, euro 18

Mondadori, 2009

 

 

 

 

di Angelo Orlando Meloni

 

 

 

 

Dopo anni di scrittura sul web che l’hanno resa una blogger influente e molto seguita, racconti pubblicati su più di un’antologia e numerose collaborazioni con giornali e riviste, Violetta Bellocchio esordisce per la collana Strade Blu di Mondadori con un romanzo di ampio respiro (reso ancor più ampio, in verità, dall’impaginazione e dal corpo tipografico).

Sono io che me ne vado è un libro intriso di umorismo nero che ci racconta - in prima persona - la storia di Layla, una ragazza che ha subito una violenza, si è trasformata in una fredda vendicatrice che non ha pietà di uomini, mezzi uomini e ominicchi, e che a un certo punto della sua “missione” decide di mollare tutto e scomparire. Meta privilegiata diventa allora la Versilia vacanziera, dove Layla possiede una casa facile a essere adattata a bed & breakfast. La spalla di Layla, con un margine di imprecisione il suo Robin, sarà Sean, un ragazzo del luogo un po’ male in arnese, un ex tossicodipendente sulla via della redenzione che ama disegnare Daredevil per motivazioni tutte sue e che si chiariranno andando avanti con la lettura.

Ciò che colpisce in primo luogo, e affascina e diverte con il sapore della trovata intelligente, fuori dell’ordinario, è la trasformazione della Versilia in una scenografia post-apocalittica che ha poco dell’immagine tipica con cui si guarda a certi luoghi. Il teatrino spiaggia, amorazzi e Capannina che fa tanto Sapore di mare (un film divertente, prima che il revisionismo trash cominciasse sul serio a rivalutarlo), lascia il campo a una Versilia che si rifà ai film horror anni ’70, tra Wes Craven e Tobe Hooper, poi rivisitati con successo da Rob Zombie nel suo The devil’s rejects. Un’Italia horror fatta di violentatori che tentano di minimizzare come se niente fosse, come se fosse possibile per la vittima metterci una pietra sopra; di turisti dell’orrido che vanno in brodo di giuggiole per i segreti sanguinosi nascosti nelle “case sperdute nel parco” della nostra provincia meccanica. Un’italietta paranoica che si è trasformata in una landa desolata, un deserto cognitivo abitato da insetti voraci le cui antenne si sintonizzano solo su cronache vere e corna vissute. Un film dell’orrore, giustappunto, quello vissuto da Layla, personaggio in fuga che reagisce al mondo attorno a lei con un’aggressività ai limiti dell’autodistruzione. Ma che non si compiange mai e non rinuncia a progettare una maniera per scamparla, per sopravvivere, proprio come fanno i personaggi dei film horror quando sono assediati dai mostri.

Grazie allo stile stringato ma assai immaginifico, al suo fuoco di fila di battute, ai suoi personaggi così teneramente sospesi tra realtà e fumetto (immaginario principale di una certa, fortunata generazione cresciuta a pane, Frank Miller e Alan Moore, invece che a pane e Giamburrasca – pur con tutto il rispetto), Sono io che me ne vado è un romanzo d’esordio che suscita un’eco profonda nel lettore e dà via libera a più di una sana sghignazzata. «“Farò un cd dei Motorhead per il ragazzino”, annuncia [Sean]. “Sembra in cerca di risposte spirituali”».

 

 
 

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