RiduciAcitelli Miagola Jane Birkin
 
   

Fernando Acitelli

 

 

Non c'erano solo "I Mostri"

 

 

Fernando Acitelli

Miagola Jane Birkin, filologia degli anni Sessanta

pp. 192, euro 13,50

Coniglio Editore, 2009

 

 

 

di Angelo Orlando Meloni

 

 

 

 

 

 

 

Dopo I vecchi esultano la sera, del 2007, pubblicata da Avagliano, ecco un’altra raccolta di racconti del poeta Fernando Acitelli, pubblicata stavolta da Coniglio Editore. Micro-racconti, per la verità, che nello spazio di poche pagine riproducono un’istantanea di una Roma che non c’è più e vanno a comporre una filologia degli anni Sessanta, come da sottotitolo. Brevi storie che hanno a cuore il destino delle persone comuni e ne fotografano attimi non esenti da dolore e paure, ma privi di disperazione e nichilismo, nei quali trabocca una gioia imprevista, o comunque faticosamente o inaspettatamente raggiunta. Esercizi di ottimismo, con una malinconia di fondo, che danno vita a una poetica della felicità nascosta, dello straordinario che nasce dall’ordinario. Una felicità priva di slanci scomposti e di esaltazioni grottesche, un misticismo quotidiano che risplende dagli anni Sessanta fino a noi grazie a una scrittura lenta, ma lieve, che illumina i passaggi segreti attraverso cui la sorpresa dell’esserci, qui e ora, si fa strada in vite e personaggi che altri avrebbero descritto, forse, con occhio compiaciuto su ristrettezze, meschinità e squallori.

«Si concentrarono sul lavoro pensando al laghetto dell’Acqua Santa. Le quattordici e trenta arrivarono di lì a poco perché il tempo vola quando s’è in sella al sogno». Questo passaggio tratto dal racconto “L’ombra conquistata” sintetizza come meglio non si potrebbe lo spirito che permea la raccolta. Una sequenza di sogni a occhi aperti nei quali il miracolo quantistico della vita, e della sua continua riscoperta, fa da motivo conduttore. Sceglierne uno a mo’ di esempio è difficile, perché in queste pagine vi è più di una perla. Penso allo stesso “L’ombra conquistata”, che narra la giornata lavorativa di tre operai guidati dal miraggio di un bagno ristoratore. O a “La latteria” dove un gruppetto di pensionati molto in là con gli anni è costretto a rifugiarsi a causa di un temporale; e quando Callisto, il negoziante, sente dire a uno di loro «Chissà se il prossimo Natale ci saremo…», una vertigine lo costringe a improvvisare una specie di cenone, un Natale extra per i suoi ospiti. Nonché a “Un luogo per amare”, in cui un tradimento si consuma in una cornice soffice, non criminale, nella stanza offerta da una sarta, invece che nel classico hotel: «Si conobbero lì, Alberto e Liliana, ed era bello amarsi in una casa, in uno scrigno. A Liliana sembrò non trattarsi d’un vero adulterio». Su tutti, però, risalta “Storia di un pomeriggio”, con la signora Rosalba che cerca di parcheggiare la macchina e rimane “appesa” al marciapiede, fornendo uno spettacolo imprevisto ai curiosi. Uno dopo l’altro, i vicini si protendono alla finestre, tra le tende, a sbirciare, ma la curiosità non si trasforma in morbosità, in quel sentimento da catastrofe imminente che ci fa eccitare intimoriti (e in cosa si trasformi è colpo di scena che è meglio non svelare). Fernando Acitelli si colloca all’estremo opposto dell’italietta cinica descritta magistralmente da Dino Risi ne I mostri. A leggere il suo libro, si ha davvero l’impressione che un mondo migliore è possibile, o che forse un mondo migliore è già stato.

 

 
 

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