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E’ giunto al suo terzo volume Alberto Ragni, scrittore romagnolo, classe 1963, e dopo il mondo delle corse ippiche e quello delle orchestre di liscio romagnolo, torna ancora una volta a spalancare una finestra su attimi di viti ordinaria di gente fuori dall’ordinario.
Una fabbrica in dismissione e gli operai che ci lavorano sono al centro delle vicende di “Cera per le sirene” (editrice Scritturapura), ma il tono resta sempre quello leggero e agrodolce a cui Ragni ha abituato i suoi lettori, con quello sguardo disincantato e allo stesso tempo affettuoso con cui segue i suoi personaggi e le sue storie: nessun dramma, nessuna disperazione, ma una vaga sensazione d’incertezza del futuro aleggia su tutto il romanzo.
“Cera per le sirene” è un romanzo quasi corale, con vicende che scorrono in parallelo a quella centrale del protagonista Corrado e del suo rapporto “speciale” con la sorella Linda.
Ma se l’ironia divertente e divertita della narrazione sono quelle consuete, del tutto nuova è la malizia con cui Ragni disegna il legame tra i due ragazzi, l’ambiguità suggerita dai loro baci, dalle battutine che si lanciano, dagli sguardi poco fraterni che si dedicano. Niente di esplicito, solo accenni, sfumature, strizzate d’occhio alla sensualità e al senso del proibito, ma nell’ambito di una relazione così spontanea a sincera da apparire lo stesso candida.
E proprio nel continuo sbilanciamento tra la diversa natura dei sentimenti e dei mondi possibili, si trova forse il fulcro più interessante della letteratura di Alberto Ragni, che dall’esordio con Giorni felici (Fernandel, 2001) a oggi sembra aver preso il gusto di disegnare scenari non con la punta fine ma con l’acquerello, cosicché il presente risulti incerto e l’avvenire appena sbozzato.
Iniziamo con due domande classiche. Innanzitutto, da dove viene il titolo del romanzo, “Cera per le sirene”?
Il titolo è, nelle mie intenzioni, ambivalente. Le sirene sono quelle della fabbrica, e poi una sirena è anche, in un certo senso, la sorella del protagonista, per quel che di curiosamente morboso si respira nella loro relazione.
Visto che l’hai anticipato, teniamo per dopo la seconda domanda classica, e parliamo subito del rapporto tra il protagonista del libro, il giovane Corrado e sua sorella Linda. Risulta una delle cose più interessanti del libro: c’è una componente erotica che resta sullo sfondo, è accennata più che esibita, ma persistente.
Come dicevo, è un rapporto morboso, ma allo stesso tempo pulito, quasi innocente nella sua malizia. Mi piaceva l'idea di raccontare una relazione che desse l'idea dell'incesto senza peccato. Mi sembrava una strada interessante. O forse il mio inconscio ha qualche tara nascosta e inconsapevole che agisce per me. Comunque ho tre sorelle, tutte più piccole, e se provassi a baciarle in bocca, come capita al protagonista, mi prenderei tre sberle, e anche forti.
Ok, loro ti schiaffeggerebbero, ma tu proveresti a baciarle? Ci hai mai pensato? E’ davvero curioso il modo in cui hai descritto la relazione tra Corrado e Linda e da qualche parte questo spunto deve esser nato da un’origine. L’incesto in letteratura è un tema non frequentatissimo, dopotutto: forse perché, come insegna la tragedia greca, va a toccare un tabù che ci sembra avere un che di mostruoso, quasi a tutte le latitudini e in tutte le culture.
No, naturalmente non bacerei le mie sorelle e non c'è un particolare o un episodio che mi ha indotto a scrivere questa storia. Mi piaceva quest'idea. In generale mi piaceva l'idea di raccontare un rapporto molto stretto, senza però incorrere nei cliché della morbosità letteraria. Non li avrei mai fatti andare a letto insieme, è un’idea che non mi ha mai attraversato la mente. Ma farli apparire come una coppia di coniugi, invece, mi pareva interessante, col sottofondo di morbosità che comporta.
Dunque, non ci sono “particolari” o “episodi” di vita vissuta che ti hanno suggerito l’idea del rapporto tra i due fratelli, ma in generale, e così evadiamo la seconda domanda classica, quanto c'è di autobiografico nei tuoi romanzi?
Se mi chiedi quanto di quello che succede nei libri è davvero accaduto in quel modo, molto poco. I sentimenti che circolano nelle pagine, invece, li ho spesso provati in prima persona. Per rispondere in modo un po' vezzoso, potrei aggiungere che il protagonista sono sempre io, ma più antipatico.
Come mai i tuoi protagonisti sono tutti dei ragazzi, molto giovani? Ti affascina la tematica del “romanzo di formazione”, o ci sono motivazioni più personali?
Non so perché i miei protagonisti sono tutti ragazzi, mi è sempre venuto naturale farli più giovani di me. Ma nel prossimo romanzo, se riesco a tirarlo fuori, si cambia età, e di parecchio.
Nei tuoi romanzi non si riscontra mai una trama definita, con una storia che vada dal punto A al punto B, ma piuttosto sembri tener dietro ai personaggi, alle atmosfere, anzi – oserei dire – ai “microclimi” delle loro esistenze. C’è un motivo particolare per questa scelta?
Credo di non essere capace né interessato alla costruzione di trame forti, mi piace veder muovere i personaggi in buone ambientazioni, sentirli parlare in un modo vivo, cercare di far sì che ci si affezioni. Mi sembra però che un punto A e uno B ci siano, anche se la strada per arrivarci non è proprio illuminatissima.
Nelle tue storie si riscontra sovente una forma di “empatia” per i personaggi e le storie narrate. I tuoi personaggi ti piacciono?
A quelli secondari, spesso sono affezionato. Al narratore, non particolarmente.
Quindi i protagonisti delle tue storie, ti piacciono o no?
Essendo narrato in prima persona, ed essendo l'io narrante una mia proiezione più o meno sbilenca, preferisco che risaltino di più gli altri. E’ raro che le battute migliori le abbia l'io narrante questa è un gran parte una scelta.
Nei tuoi libri l'ironia e lo spirito sono importanti, sembrano sottolineare la leggerezza dello stile e delle storie. Vedi l'umorismo in senso pirandelliano? Anche per te è il "sentimento del contrario", che come Giano bifronte “è riso e pianto insieme”.
Non ho mai letto Pirandello, ma in generale credo che l'ironia sia sempre salvifica, inoltre non sono tagliato per le scene madri. Il resto viene, diciamo, di conseguenza.
La leggerezza di cui parlavamo si sposa col disimpegno? Leggerezza e disimpegno sono, a tuo avviso, degni compagni di strada?
No, almeno non intenzionalmente. Se sembro disimpegnato nel senso di qualunquista, ho sbagliato io. Credo che una visione del mondo venga sempre fuori da quello che scrivo, ma non voglio sottolinearla, non mi piace.
E, a beneficio di chi non ha ancora letto tutti i tuoi libri: qual è questa visione del mondo?
Non è sempre la stessa in ogni libro. E se devo essere sincero, farei fatica anche a descriverla. Non so, posso dire che per me la vita è una faticaccia che vale la pena di fare.
Per esempio una questione irrisolta in letteratura, da sempre - anche se pare appassionare sopratutto gli italiani - è se la letteratura, e in particolare la narrativa, debba essere “impegnata” o meno; se i libri debbano contenere “messaggi” o veicolare visioni del mondo. Nell'ultimo tuo libro si parla di vita in fabbrica, incertezza del futuro, crisi economica. Eppure non hai insistito sull'argomento, non hai pontificato, non hai “gridato” il dramma di queste persone come avrebbe fatto uno dei tanti – fallimentari - emuli di Pasolini che girano per le patrie lettere. Questa è una scelta precisa? Il mondo della fabbrica è solo un elemento del romanzo, più o meno accessorio? Non t'interessa parlare dell'attualità, del sociale?
L'attualità mi importa poco, anche perché credo che i padroni sempre ci sono stati e sempre ci saranno. Ma non mi interessava fare il punto della situazione economica e degli operai sbattuti fuori dalle fabbriche, volevo che ci fossero personaggi a cui voler bene, volevo farli muovere e parlare come se fossero personaggi di un tempo che non è questo. Non nominerei mai un politico di oggi in un libro.
Infatti una vena di rimpianto è presente in quasi tutti i tuoi libri, soprattutto nel secondo, “Orchestra Tramonti”. Ti ritieni un “nostalgico”?
Mi sa di sì, anche se non so di cosa.
Prima una ricevitoria di scommesse ippiche, in “Giorni felici”. Poi il mondo del liscio romagnolo, in “Orchestra Tramonti” e ora la fabbrica. Sono ambientazioni diversissime e per lo più insolite al lettore. Si tratta di mondi che conosci e, se sì, perché pensi che siano interessanti dal punto di vista narrativo?
Li ho raccontati semplicemente perché li conosco bene. Essere precario da una vita ha i suoi lati positivi. Poi penso che conti poco l'ambientazione, se non per una curiosità iniziale, conta come la riempie chi scrive.
I tuoi libri sono fortemente caratterizzati da inflessioni, paesaggi, riferimenti alla Romagna. Potrebbero essere ambientati anche altrove? Sarebbero ugualmente credibili ed efficaci, secondo te?
Credo di no. Non sono un separatista, intendiamoci, ma mi sento romagnolissimo, penso che i miei personaggi lo siano quanto e più di me. Sono uno scrittore “locale”.
Pensi che esista una scuola emiliano-romagnola in letteratura? Da te a Nori, a Benati, Cavazioni, Cavina, Morozzi, come per i cantautori degli anni sessanta con la cosiddetta “scuola ligure”?
No, tenderei a dire di no. Se leggo Cavina riconosco certi atteggiamenti, così come per Nori o Morozzi. Ma non mi pare si somiglino tra di loro, né nello stile né nella sostanza. Comunque non sono un gran lettore di scrittori dell'Emilia-Romagna. Leggo molti gialli, noir, thriller, principalmente di americani degli anni dai Quaranta ai Sessanta, il che può apparire strano leggendo i miei libri. Tra gli italiani, mi piacciono molto Marco Vichi e Antonio Pennacchi, ma soprattutto vado indietro, a leggere Soldati, Piero Chiara, Ercole Patti.
Nostalgico anche in letteratura, quindi…
E pensare che li ho scoperti passati i trent'anni, non fanno parte della mia adolescenza letteraria che è stata piena, ancora e sempre, di scrittori americani. Mailer è stato uno dei primi, poi sono venuti Chandler, McBain e tutti gli altri.
Quanto conta lo stile per uno scrittore, secondo te? I tuoi testi sono molto curati, spesso musicali, ogni parola sembra scelta opportunamente. Aveva ragione Flaubert a riscrivere fino allo sfinimento, o va bene anche l'istinto, va bene anche l’ispirazione in letteratura?
Lo stile è come la voce, bisogna averlo e deve essere riconoscibile secondo me. Non c'entra niente, ma per dire, anche chi suona uno strumento, un trombettista jazz mettiamo, ha una sua voce. Comunque sì, scrivere e riscrivere è inevitabile, ma qualche volta si deve anche lasciarsi andare. Alla terza o quarta riscrittura, almeno per quanto mi riguarda, non si migliora più Comunque io non è che penso al mio stile quando scrivo.
E a cosa pensi?
Penso a rendere le pagine belle da leggere e, mia massima ambizione, ancora meglio da rileggere. Mi piacerebbe che uno dicesse di un mio libro che gli è piaciuto da matti rileggerlo.
Che libro vorresti aver scritto?
Uno solo? “Il lungo addio” di Raymond Chandler.
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