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Serge Quadruppani
In fondo agli occhi del gatto
Traduzone di M. Loria
Marsilio, 2007
pp. 192, euro 13
di Lidia Gualdoni | Serge Quadruppani è il traduttore ufficiale in lingua francese di Andrea Camilleri. Serge Quadruppani è anche editore, giornalista e scrittore; sul risvolto di copertina del suo ultimo romanzo, In fondo agli occhi del gatto, leggiamo il commento proprio di Andrea Camilleri, il quale definisce questa trama “intelligentemente sviluppata e assolutamente avvincente”.
In effetti, In fondo agli occhi del gatto, è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, dal ritmo incalzante e dalla trama ben congeniata in tutte le sue parti – qualità che costituisce una sorta di marchio di fabbrica dell’autore. Ogni pagina dimostra una rara capacità narrativa: essa si esprime soprattutto nella particolare attenzione ai dettagli che costituiscono un’atmosfera, oltre ad un notevole senso della suspense. Impossibile, allora, non accennare anche ad un altro elemento di originalità, ossia il punto di vista “raso terra” - quello del gatto -, attraverso il quale questi dettagli vengono spesso colti e descritti (scopriremo presto il perché), con un linguaggio cinematografico. Preso per mano, il lettore arriva alla conclusione con un poco di amaro in bocca, ma con la consapevolezza che si tratta dell’unico finale possibile. Almeno, siamo convinti, quando l’autore è Serge Quadruppani.
Vorrei, per cominciare, chiederle come è nata l’idea di questo romanzo e poi del fascino esercitato su molti scrittori dai gatti: quello su di lei è puramente letterario?
Il bisogno, più che l’idea, di questo romanzo è nato lontano dai gatti: dal fatto che un’amica mi ha raccontato che suo figlio adolescente è tornato sconvolto dal liceo perchè i suoi amici gli avevano fatto vedere, RIDENDO, sui loro telefonini, le immagini di ostaggi sgozzati pescate su internet. Ho pensato che stavamo arrivando a una specie di mutamento della sensibilità umana, a un congelamento. I gatti, che occupano uno spazio importante nella mia vita quotidiana, mi hanno dato un punto di riferimento, un simbolo, e anche un punto di vista su questo problema, perchè non volevo scrivere un saggio ma un romanzo. I gatti, per questo, sono un’ottima scelta: sono capaci di dare tanta tenerezza, ma anche di una crudeltà tremenda (basta vederli giocare con un topino). Penso che è anche quest’ambiguità che li fa amare da tanti scrittori: perchè la scrittura che non rende conto dell’ambiguità della realtà non può essere, secondo me, letteratura.
In questo romanzo lei affronta diversi temi e mette in scena, fra l’altro, la tesi del complotto, del doppio gioco condotto da servizi segreti paralleli che agiscono nell’ombra, protetti da poteri occulti, ma anche grazie al ricatto. Si tratta di semplice finzione, oppure un libro - questo, come altri - può diventare vera e propria denuncia?
Può aiutare a pensare la complessità del mondo, perché, come è detto nel mio libro, ci sono, nel retroscena politico-sociale, dei complotti. Ma i complotti non spiegano la Storia. “Il complottismo è la malattia senile del pensiero politico”. Comunque, non scrivo per denunciare, non mi interessa di centrare quello che scrivo su un impegno: scrivo per dividere emozioni, cioè la gioia davanti la bellezza del mondo, dei corpi, degli occhi dell’amante o dell’animale incontrato per strada, e anche la rabbia davanti quello che l’umanità sta facendo a se stessa e al pianeta.
L’introduzione nella narrazione di un punto di vista del tutto particolare come quello di una cinepresa è legato ad una sua passione, o si tratta di una necessità dettata dalla trama?
Le due cose sono vere: la mia sensibilità, il mio immaginario sono stati, come per tanta gente, plasmati dal cinema, ma come sa, la trama comporta la necessità del punto di vista della cinepresa.
Da traduttore e da editore - e quindi da profondo conoscitore di realtà letterarie diverse - crede che oggi, rispetto al passato, si possa ancora parlare di “noir”, piuttosto che di “thriller” o di “giallo”, con connotazioni tipiche di alcune nazioni?
Mi dispiace che dobbiamo, in italiano, usare una parole francese per designare un genere, ma bisogna precisare: il “thriller” è la storia basata sul “thrill”, cioè plasmata dalla necessità televisiva di dare ogni sei minuti un thrill (una scossa) al telespettatore, in modo che si sveglia e possa assorbire la pubblicità.
Ciononostante, è un genere che può dare romanzi dignitosi, ma la maggioranza di questa produzione è una roba meccanica senza spessore umano, che non mi interessa.
Il giallo è un genere basato soprattutto sul “whodunit” (Chi l’ha fatto?), domanda obbligatoriamente risolta alla fine, per la soddisfazione del lettore che aspetta da questo tipo di romanzo il divertimento che si trova in un gioco intellettuale non troppo impegnativo. Fondamentalmente, il giallo è socialmente conservativo: il colpevole va in galera, e tutti tornano alla vita normale felici e contenti (almeno è quello che credono).
Il noir, ma possiamo chiamarlo il romanzo nero, è basato sull’atmosfera e su una più grande attenzione alla scrittura, al malessere, all’ambiguità. Alla fine si sa, forse, chi è il vero colpevole: ma lui, invece di andare in galera, rimane al potere. E il lettore non è consolato. L’ “inconsolazione” è molto importante: aiuta a avere uno sguardo critico sul mondo e, caso mai, la voglia di cambiarlo. Ovviamente, io scrivo romanzi neri.
Che cosa pensa di aver imparato dal suo lavoro di traduttore, che sia stato utile allo scrittore?
Una più grande attenzione al linguaggio, ai livelli di linguaggio, ai modi di parlare.
Mi incuriosisce il lavoro di traduzione da lei svolto, in particolare, sui romanzi di Camilleri: come affronta le difficoltà date dalle espressioni dialettali?
Usando parole del sud della Francia e diversi procedimenti, ma su questo argomento, vi propongo di andare a vedere quello che è spiegato sul mio sito internet: http://quadruppani.samizdat.net/
Come si comporta, invece, in generale, con i libri che lei scrive, tradotti in altre lingue? Svolge un lavoro di revisione, collabora con chi si occupa della traduzione?
Certamente, quando capisco la lingua, faccio un lavoro di revisione. In italiano, i miei romanzi sono tradotti, ottimamente, da Maruzza Loria che mi fa rileggere tutto. Io lo faccio coi scrittori italiani che traduco: se possono, faccio rileggere e, in ogni caso, sono sempre in stretto contatto con loro per chiedere chiarimenti sulle sfumature della loro scrittura.
Non ha mai pensato di scrivere direttamente in italiano, visto che conosce bene la nostra lingua?
Come lei avrà visto, correggendo i miei errori, non scrivo abbastanza bene l’italiano. E non parliamo di scrivere letteratura: è molto raro il caso di scrittori che scrivono bene in una lingua che non sia la lingua materna.
Da profondo conoscitore di due culture, che cosa pensa delle polemiche che periodicamente vedono quella francese e italiana contrapposte in diatribe che, a volte, coinvolgono anche la politica? (ricordo, ad esempio, quella scoppiata in occasione del Salone del libro di Parigi del 2002)
Contrapporre due culture è sempre un atteggiamento stupido. Se vogliamo contrapporre, contrapponiamo delle posizioni politici. Per esempio, se mi ricordo bene, nel salone di libro di Parigi, un esponente del governo Berlusconi è stato fischiato da scrittori francesi e italiani. Condivido questi fischi. Comunque, il patriottismo, che nell’ottocento poteva avere un suo valore, ormai non può essere che ripugnante. E poi, il patriottismo nella cultura, oltre che a essere ripugnante non può essere che ridicolo e senza senso: la cultura ha un senso quando è, con tutte le particolarità e sfumature locale che vogliamo, universale.
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