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Nessuna redenzione, né speranza: tutti i personaggi dell’ultimo romanzo di Franco Limardi, “I cinquanta nomi del bianco” (Marsilio), a dispetto del titolo poetico, hanno un’anima nera che li porterà alla dannazione.
La morte di una giovane e misteriosa ragazza scoperchia un girone infernale di corruzione in una cittadina del centro Italia di cui non si fa il nome: corruzione politica, sociale, morale, un buco nero che nemmeno la spessa coltre di candida neve riesce a ricoprire.
L’importante alla fine non è nemmeno scoprire l’assassino della ragazza, che si rivela subito peraltro, o sciogliere gli enigmi delle violenze successive, ma riuscire ad identificare, se possibile, almeno un eroe positivo in un gruppo di loschi figuri, compresi quelli che dovrebbero operare per il bene e la legalità.
Sordidi interessi, passioni violente, racket, malavita organizzata, c’è tutto in questa storia intricata gestita con grande perizia. Limardi gioca con il marcio usando spesso un tono lirico e poetico, come nell’incipit “Quanto c’è ancora del buio della notte in questo cielo buio e compatto?”, quasi a fare da contraltare a tutta la violenza che racconta.
"I cinquanta nomi del bianco" è un noir anomalo, non sembra appartenere a un filone specifico, ma mescolare vari sottogeneri. E’ stato definito un hard-boiled all’italiana, che ne pensi?
E’ una definizione lusinghiera, nella misura in cui il mio lavoro viene accostato ad una scuola letteraria che ammiro, anche perché non ritengo l’ hard-boiled solo un modo di scrivere storie di genere, ma piuttosto uno stile letterario vero e proprio basato su una forte e definita visione del mondo . Quanto alla atipicità del romanzo, il suo non appartenere a nessun filone specifico, credo dipenda dalla mia voglia di divertirmi a mescolare situazioni, immagini e personaggi, ad una certa esigenza di libertà creativa; in altre parole, il primo a divertirsi con le mie storie devo essere io.
Il titolo fa riferimento a quanto dice uno dei protagonisti del libro riferendosi al fatto che nella lingua degli eschimesi esistono cinquanta diversi modi per definire le sfumature della neve, dalla storia appare poi che ci siano tutte queste sfumature anche nel e nel male? E’ davvero così?
Ho “incontrato” questa particolarità della lingua degli Inuit quando studiavo all’università. Il linguaggio è descrizione della realtà; con diversi gradi di minuziosità, le parole ci servono o dovrebbero servirci, a descrivere esattamente la realtà che ci circonda, ma talvolta le parole non riescono in questo compito, anche quando sono così numerose e organizzate da enumerare tutte le possibili sfumature di un singolo colore. Ecco, da una parte mi interessava parlare di questa capacità/incapacità del linguaggio, dall’altra accostare a qualcosa che nella nostra cultura è sinonimo di purezza, una realtà che ha molto poco di integro e puro.
Il romanzo è scritto in uno stile ibrido, che mescola scene scritte in tempi verbali diversi - qui al presente, là al passato remoto – nonché forme linguistiche opposte (alcuni momenti di intenso lirismo, alternati alla crudezza dei prestiti dialettali che si ritrovano nei dialoghi), mentre per contrasto, le atmosfere del libro hanno una certa qual fissità, sono quasi monocordi - la luce è "lattiginosa e debole", le pagine "pesanti di piombo", le palazzine sembrano osservare il centro storico "con un misto di nostalgia e disprezzo", la voce giunge dal cellulare con "una vaga eco metallica. Questa contrapposizione è una precisa scelta stilistica?
I diversi registri nascono dall’esigenza di dare voce a personaggi tra loro molto diversi per estrazione sociale, culturale, per esperienze di vita; personalmente non mi piace “sentir parlare” nei romanzi con un linguaggio di tipo letterario, lontano dalla realtà della comunicazione verbale, né mi piace però, la macchietta, lo stereotipo, per cui tutti quelli che appartengono a quel gruppo sociale debbano parlare nello stesso modo. Sono convinto poi che anche delle situazioni, dei luoghi, “parlino” che dicano qualcosa e forse, i momenti di lirismo che ti hai notato, sono il registro che appartiene a questi personaggi particolari. Infine, certe notazioni ripetute, riconducono costantemente, volutamente, al freddo meteorologico e non, vissuto dai personaggi.
"I cinquanta nomi del bianco" ha un ritmo concitato, con i dialoghi a fare da ossatura al romanzo. I personaggi parlano parecchio e, per usare un’espressione gergale, non la mandano certo a dire. Rispetto a "Anche una sola lacrima" (Marsilio Editori 2005) il linguaggio è molto più esplicito. Ti va di raccontarci il percorso di questa evoluzione?
“Anche una sola lacrima” è, di per sé, una storia fatta di azioni, rapide e concitate, che si consuma in un arco temporale limitato ed è narrata attraverso la voce di Lorenzo Madralta, il protagonista, che è un uomo di poche parole, che ha perso fiducia nelle parole e nel loro potere, così la sua narrazione è scarna, necessariamente. Ne “I cinquanta nomi del bianco”, a raccontare quello che succede sono in molti, la vicenda è molto più complessa e ricca di sfaccettature, il lettore non sta lì seduto davanti a un bicchiere ad ascoltare la storia raccontata da un personaggio, ma è costretto a seguire ognuno di loro nei loro spostamenti e deve ascoltarli con attenzione per avere tutti gli elementi grazie ai quali poter capire ciò che sta accadendo. Senza voler sembrare uno “spontaneista”, devo però dire che la narrazione è quasi andata da sé, non c’è stata “premeditazione”…
Il romanzo racconta un complesso intreccio tra prostituzione, droga, ecomafia e politica, è ancora il romanzo di genere a consentire di raccontare più efficacemente i mali della società?
Credo che ormai questa sia una domanda destinata a non avere risposta. Nel corso degli anni si è voluta attribuire al cosiddetto “noir” una responsabilità e un potere che il genere non possiede, così che adesso non esisterebbero altri modi di scrivere, altre narrazioni in grado di descrivere la realtà. Io penso che la realtà sia estremamente complessa e che ridurla ad un solo aspetto sia una semplificazione dannosa, anche per chi vuole usare la letteratura come denuncia o come strumento sociale. Dico che la realtà o pezzi di essa, possono essere raccontati attraverso la letteratura “mainstream”, attraverso i noir, attraverso qualsiasi tipo di narrazione, purché essa sia onesta e trasparente. Una volta, partecipavo ad un incontro o dibattito se preferite, con altri autori “noir” e a una domanda simile a quella che mi hai posto, Serge Quadruppani rispose molto semplicemente e giustamente, secondo me, che se lui avesse voluto fare dei trattati di sociologia, allora avrebbe scritto dei trattati, ma che a lui interessava raccontare bene, buone storie e una buona storia, a mio parere, è in grado di far pensare, di dare al lettore l’occasione di pensare.
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