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“Femmina e pure così strana, così roscia…”.
Rossa, crespa e lentigginosa: la sua evidente diversità aveva fatto sì che fosse, fin dalla nascita, mal sopportata, considerata colpevole di tutto e, praticamente, da sempre menata. Quel cognome di famiglia, Pecora, che per la giovanissima Maria Paola era diventato anche il nome, sembrava addossarle il peso di un destino di umiliazione e di dolorosa accondiscendenza. Lei diceva sempre di sì, come una vera pecora: nessuno le aveva insegnato che avrebbe potuto dire “no”.
Non aveva detto “no” neppure a chi, come avrebbe scoperto, sarebbe stato il padre di suo figlio, un perdigiorno sui quaranta chiamato Stecca, che l’aveva sovrastata in un modo tanto violento da ricordarle suo padre. L’aveva trascinata, in nome di un accordo con la famiglia di lei che sembrava tanto quello di un sensale alla fiera del bestiame, nel suo covo, una specie di scantinato in un palazzo di periferia, deposito di ogni tipo di merce, dove Pecora aspettava in solitudine. Ma “il silenzio non è mai del tutto innocuo, i pensieri e le parole non dette lo riempiono di sogni e di progetti che spaziano con mille dettagli e nessuno scrupolo, progetti e sogni che possono esplodere se il destino, una fata o una strega si mettono sul nostro percorso per farli realizzare”.
La “fata” di Pecora si materializza in una vicina di casa, una professoressa di scuola media in pensione dal sorriso piuttosto mobile e dai capelli di uno strano colore, una donna considerata strana da molti, ma che decide di prendersi cura di quella ragazza così diversa e silenziosa.
Il suo sogno, invece, nasce e cresce grazie ad un nuovo interesse, quello per la lettura: è lì, fra le pagine dei libri, che troverà le parole vere, quelle che le permetteranno di capire il mondo e, soprattutto, chi è veramente.
È questa, in breve, la storia che, con il disincanto dell’osservatrice attenta e mai rassegnata, ci racconta la poliedrica Enrica Bonaccorti, nel romanzo La pecora rossa, che segna il suo esordio nella narrativa. Una vicenda contemporanea, vivace e commuovente, prende vita attraverso una scrittura sobria, precisa e sincera. Non mancano le tinte tenui, come la pelle diafana della protagonista, e, nello stesso tempo, forti, come gli schiaffi che Pecora si era ormai abituata a ricevere senza la minima reazione.
Destini, situazioni e relazioni che si intrecciano fra i personaggi, diventano il mezzo per descrivere la realtà quotidiana della protagonista - che spesso non è che il doloroso retaggio di un medioevo di barbarie -, ma lasciano comunque spazio al lieto-fine.
L’ingresso della ragazza nella vita adulta, accompagnata dall’amorevole protezione della professoressa, coinciderà con il raggiungimento della matura consapevolezza di sé, mentre solo il definitivo allontanamento dal suo passato – e dai luoghi dove ha vissuto -, permetterà a Pecora, di realizzare il suo sogno, e con esso, di affrontare un nuovo inizio. Il Sottoscritto ha intervistato Enrica Bonaccorti.
Lei ha svolto attività in diversi ambiti artistici - dall'attrice, alla conduttrice televisiva, dalla scrittrice di testi di canzoni, a sceneggiatrice - solo per citarne alcune. Sul risvolto della copertina del suo romanzo si legge che la scrittura è la sua grande passione. Come mai, però, solo ora si è cimentata nella scrittura di un'opera di narrativa?
Non pensavo di pubblicare nemmeno questa ‘Pecora rossa’… ho sempre scritto, da quando ho imparato posso dire di non avere mai smesso! I primi soldi li ho avuti da due borse di studio per concorsi ‘letterari’ scolastici che ho vinto a 13 e di nuovo a 15 anni, poi a 19 la prima canzone con Modugno ‘La lontananza’ a 22 ‘Amara terra mia’ e poi poesie, testi per radio e tv, racconti brevi, una sceneggiatura, articoli giornalistici persino un reportage dal Ruanda nel ’96… ma un libro non pensavo di essere in grado. Quasi mi sembra si sia scritto da solo… eppure non c’è una virgola che non sia mia.
Fra tutte queste attività, ce n'è una che sente più "sua", che le permette di esprimere meglio se stessa?
Sicuramente con la scrittura e con la radio
Per questo suo primo romanzo, lei ha scelto una storia di violenza familiare, ma anche di riscatto: si tratta di un preciso messaggio che vuole trasmettere alle sue lettrici?
Come le ho detto, era una scrittura privata per le prime 20 pagine, che poi, passate dal taccuino al pc, mi hanno chiesto di continuare. Credo che qualsiasi cosa si scriva o si trasmetta al pubblico lasci sempre se non un messaggio, una riflessione. Anche nel vero senso della parola: riflette chi lo legge. Ognuno scrive il suo personale libro mentre lo legge..
Mi sembra di poter dire che le figure positive siano soprattutto donne, capaci di comprensione e di sostegno reciproco. La maggior parte delle figure maschili, anche laddove non si tratta di personaggi violenti, hanno contorni negativi. È d'accordo? E se sì, questa concezione fa parte di una sua visione del mondo o semplicemente di una necessità narrativa?
Alcuni amici me l’hanno fatto notare. No, non è voluto, come niente è voluto in questo libro che mi è uscito dalle dita con la fluidità di un pensiero inarrestabile. Forse è stato qualcosa di profondo che neanche io so che mi ha portato inconsciamente a dare ai maschi solo connotati negativi. Nel giudizio ‘cosciente’ non la penso in modo così netto, anche se sono sempre propensa a essere dalla parte delle donne.
Nel suo romanzo ci sono molte citazioni tratte da altri libri: immagino non si tratti di una scelta casuale...
Questo romanzo non è un’autobiografia, ma c’è tanta biografia dentro che comprende anche le mie letture ovviamente. ma visto che ho confidato quanta vita mia c’è lì dentro, devo precisare che, al contrario di Pecora, io dalla mia famiglia ho avuto solo amore.
Che cosa significa questo libro, per lei?
Fra le tante cose che ho fatto nella mia vita, questo libro è l’emozione più forte e la cosa più intima che abbia mai consegnato nelle mani del pubblico. Non avevo mai voluto scrivere perché sono ‘la bonaccorti’: manuali, raccolte di lettere del pubblico, i miei ricordi, i cani… ma ho troppo rispetto per i libri per intasare le librerie con un’altra cosa inutile e fittizia. Se mai lo farò, mi dicevo, deve essere un ‘vero libro’ su cui essere giudicata e… eccomi qua. Richieste ne avevo avute tante, ma questo me l’ha chiesto proprio Pecora. E non ho potuto dirle di no. |