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Davide Bregola "Il catalogo delle voci"

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Davide Bregola

Il catalogo delle voci

Iannone Editore, 2005

 

di Sergio Rotino

 

Questo Il catalogo delle voci (Iannone Editore, pp. 160, euro 10) è la seconda parte di un progetto lungimirante, che prevedeva un parto gemellare in due battute successive. Infatti nel 2002, Davide Bregola, giovane narratore (il suo esordio, la raccolta di narrazioni Racconti felici edito da Sironi, è stato un piccolo successo editoriale nel 2003) e operatore culturale, dà alle stampe Da qui verso casa, libro unico e imperdibile nel suo genere poiché raccoglie interviste a undici narratori alloglotti, undici autori che hanno scelto la lingua italiana per esprimersi. Quella è la prima parte di un progetto che ha scandagliato con intenzioni non didattico-universitarie un fenomeno letterario ancora sommerso per l’Italia e i suoi lettori. Perché degli alloglotti, autori stranieri che sposano una lingua “altra” e non solo un’altra patria per vivere e scrivere, si può sentir parlare nelle aule universitarie, nelle tesi di ricerca di alcuni dottorandi, ma quasi nulla viene percepito da chi frequenta il mondo dell’editoria, almeno per quanto riguarda le recensioni e i saggi divulgativi. È un universo in espansione, che inizia a dare i suoi frutti per quanto riguarda la quantità di opere pubblicate. A distanza di tre anni Bregola chiude la sua indagine con un testo gemello  del precedente, anche se diametralmente opposto, visto che a essere intervistati sono nove poeti allofoni residenti in Italia. Il panorama in questo caso, almeno a leggere le interviste, risulta maggiormente frastagliato per vari motivi. Primo fra tutto la maggiore contiguità linguistica degli autori intervistati che provengono in buona parte dall’Europa dell’ovest e dal mondo occidentale. Un tratto che indica anche una difficoltà maggiore da parte dei poeti di farsi ascoltare e pubblicare. Proprio per questo Il catalogo delle voci, offre uno spaccato se possibile ancora più profondo del perché si scrive in Italia, da straniero. Ne abbiamo parlato con Bregola.

Prima di tutto, chi sono i nove poeti che ha intervistato e da dove provengono?

Ho intervistato cinque poetesse e quattro poeti. Vera Lucia De Oliveira, Márcia Theophilo e Rosana Crispim Da Costa sono brasiliane. Alexandra Dadier  è francese, Arnold De Vos è olandese, Jean Robaey è nato in Belgio mentre Barbara Serdakowski è polacca. Invece Nader Ghazvinizadeh è di origine iraniana e Gezim Hajdari è albanese. A questi nomi bisogna aggiungere quello della poetessa e studiosa Mia Lecomte, praticamente la decima intervista messa a chiusura del libro.

Il suo Catalogo delle voci è la chiusura di un progetto che scandaglia un mondo dentro un mondo: autori che abbandonano la propria lingua di origine per scrivere in italiano. Da cosa ha preso forma questa idea, realizzata nei due volumi?

È un progetto che nasce da molto lontano, ancora prima che mi mettessi a raccogliere i colloqui con i narratori alloglotti, pubblicati poi in Da qui verso casa. La genesi di questo che posso definire “doppio progetto” si rifà al lavoro svolto da Ferdinando Camon negli anni Settanta, quando aveva raccolto interviste con scrittori e poeti ne Il mestiere di poeta e Il mestiere di scrittore. Camon aveva intervistato i nostri grandi del Novecento: Bassani, Quasimodo, Pasolini, Calvino ecc. Io ho tentato un approccio simile, ma spostando la ricerca verso un bacino di scrittori e scritture odierno, anche se ancora poco scandagliato.

Anche Camon utilizzava l’intervista per mettersi in colloquio con gli autori intervistati. Crede che sia uno strumento più diretto per entrare nel lavoro di narratori e poeti?

Mi sono reso conto che l’intervista, se fatta come si deve, può diventare un genere letterario, e io da narratore ho cercato di usare le domande, il mio lessico, la mia sintassi, a favore di questa idea. Mi sono messo al lavoro e, sfruttando la mia curiosità nei confronti di chi scrive, ho preso i treni che dovevo prendere, ho indirizzato la macchina dove doveva essere indirizzata.

Anche se, a scorrere gli autori intervistati, mancano alcune zone del mondo altrettanto ben rappresentate in Italia.

Ho dialogato con africani, europei, brasiliani… i Paesi “non inseriti” lo sono per un motivo molto semplice: non ho incontrato poeti o poetesse che rispondessero al tipo di scelta che avevo adottato per il progetto. Con ciò voglio dire che ogni autore intervistato ha almeno un libro o una plaquette pubblicata in Italia, con il proprio nome che appare chiaramente in copertina. Comunque non nascondo quanto sia effettivamente difficile trovare voci migranti che provengano dall’Asia, dall’Africa o dai paesi Balcani, o da quelli Mediorientali. In questo senso la scelta fatta a monte ha ristretto il campo, ma Armando Gnisci, comparatista presso La Sapienza e direttore della collana Kumacreola che ospita il libro, si è trovato d’accordo con questa soluzione, lasciandomi tutta la libertà necessaria per portare avanti il lavoro.

A tal punto che la sua influenza, fra le pagine, è un tocco leggerissimo.

Anche questa è stata una scelta. Ho cercato fortemente di eclissarmi e lasciare la parola ai poeti. La maggior parte di questi colloqui sono dei veri e propri saggi sul fare poesia oggi. Bisogna inoltre dire che,  per far meglio comprendere questo, una buona metà del libro è costituita da poesie, edite o inedite, che gli stessi poeti mi hanno offerto, così da dare una minima idea del loro lavoro poetico.

Sicuramente il suo doppio progetto ha aperto uno spiraglio su un mondo per molti di noi assolutamente sconosciuto.

Vorrei ricordare che gli scrittori alloglotti in Italia sono una questione di assoluto interesse, anche se è più conosciuta e frequentata all’estero che da noi dove trova ancora ospitalità unicamente nei saggi universitari. Pensi a quanti scrittori anglofoni e francofoni provengono nella stragrande maggioranza da ex colonie, ma soprattutto sono scrittori già della seconda o terza generazione. Il caso italiano è invece caratteristico perché ha assunto una forma inedita. Da noi scrivono in italiano persone che non provengono da ex colonie come la Libia o l’Etiopia, ma persone che hanno deciso di utilizzare la lingua di Dante per svariate ragioni. Ragioni che vanno dal puro innamoramento per le sue sonorità al sognare nella nostra lingua come è accaduto a Alexandra Dadier. Una lingua spesso bistrattata o trascurata, la nostra, perché non utile al commercio o all’economia. Invece, come ho potuto constatare, l’italiano gode di un prestigio e di una fama tali da far decidere a persone migranti di utilizzarlo per colloquiare, vivere, scrivere e leggere. A novembre di quest’anno mi è capitato di andare alla settimana della lingua italiana, presso l’Istituto italiano di cultura del Cairo. Lì ho visto e sentito i ragazzi e le ragazze dell’Università del Cairo parlare e scrivere in italiano. Avevano un entusiasmo e una passione che mi hanno fatto pensare a quante possibilità di interscambio linguistico e grammaticale possono ancora avvenire tra popoli. Mai come oggi e mai come nel caso di questo grande dono che ci fanno i creoli o i meticci, l’italiano è lingua viva e ricca di avvenire.

Secondo lei, come mai ancora pochi fra noi sembrano essersi accorti di questo fenomeno letterario?

Probabilmente perché è una storia universale della letteratura ancora agli albori e tutta da scrivere. Lo testimonia bene proprio Gnisci nei suoi Una storia diversa (Meltemi) e Biblioteca interculturale (Odradek). Inoltre ho visto che il numero di Nuovi Argomenti intitolato "Fuori casa", ha una sezione dedicata a racconti di migranti o di scrittori i cui genitori provengono da paesi con usi e costumi, lingua e cultura molto diversi dai nostri. Mi pare che tutto ciò indichi una spinta evolutiva e una mutazione in atto nella prospettiva letteraria di Nazioni come la nostra.

 

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