RiduciPier Giorgio Odifreddi Il matematico impenitente
 
   

Piergiorgio Odifreddi

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La ragione della scienza contro tutte le fedi irrazionali

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Piergiorgio Odifreddi

Il matematico impenitente

pp. 364, euro 16,60

Longanesi 2008

 

 

 

di Alfio Siracusano

Repetita iuvant
, sembra dire Pier Giorgio Odifreddi nel reiterare imperterrito la sua battaglia di defensor scientiae, abbarbicato alla frontiera della matematica come garante prima delle uniche verità possibili: quelle nate dalla ricerca scientifica, ad essa e solo ad essa continuamente sottoposte, mai definitive se non quando la sperimentazione le rende tali. Lo aveva già fatto nei suoi libri precedenti: prima dichiarandosi “non cristiano” (e tanto meno cattolico), poi dicendosi matematico impertinente nel senso che non si dichiarava aderente a nessuna “parte” che non fosse quella della libera e laica ricerca, lo fa ora definendosi matematico “impenitente”; non solo perché continua ad oltranza il suo discorso di riaffermazione delle ragioni della ragione e della scienza contro tutte le fedi irrazionali e prescientifiche (prime fra tutte le religioni, rivelate e non), ma anche perché “non si pente”, “non intende far penitenza”, come suona l’étimo, e sceglie invece di ribadire la necessità assoluta di una testimonianza che faccia giustizia dell’irrazionale che sempre più, in un intreccio perverso, regola le cose della cultura e del mondo avviando l’umanità a una rovina quasi certa.

Perché il senso di questo libro, e la necessità dell’impenitenza di cui Odifreddi si fa carico, non è solo il ribadimento di una collocazione culturale. Se così fosse si tratterebbe, al limite, di un narcisistico porsi dentro una nicchia di convincimenti “ateistici” che si dilettano a contrastare il dilagante andazzo teistico-miracolistico che invade dagli schermi televisivi, oltre che dai pulpiti delle cattedrali e delle università, le teste e le coscienze dell’umanità. Specie in questa Italia tornata a un neoconfessionalismo ancora più marcato che negli anni recenziori. È invece l’ulteriore presa d’atto, anche “politica”, dei guasti che questo tipo di “cultura” sta producendo nella vita associata della gente (ma anche, a non andare troppo lontano, nella scuola): guasti peraltro non recuperabili ove non si ribalti una volta per tutte l’andazzo che da secoli impedisce di guardare alle cose così come sono.

Per Odifreddi mettere al centro delle cose la lezione di Lucrezio e di Bruno e di Galileo e di Russell e di Einstein, o tornare ad indicare come maestri o “santi laici” premi Nobel delle varie discipline scientifiche che hanno modificato la vita degli uomini, come Renato Dulbecco o Rita Levi Montalcini, significa aprire la strada alla comprensione dei problemi “veri” del mondo d’oggi, che sono poi quelli della sua sopravvivenza. Perché, è la sua tesi ribadita in ogni pagina, solo se si guarda con occhio scientifico, quindi impenitentemente “matematico”, alla realtà dell’ambiente (e quindi ci si libera una volta per tutte dalle suggestioni delle “leggi di Dio” che dicono “crescete e moltiplicatevi” e irresponsabilmente vietano l’uso dei contraccettivi e si dilettano dietro i padri Pii e le sante Terese) si può sperare di fermare le insensate politiche di sfruttamento senza regole del pianeta e capire in senso positivo, tanto per fare un esempio, il discorso che scienziati  senza paraocchi ed economisti non asserviti come Joseph Stiglitz fanno sulla globalizzazione. Che oggi registra già, come quest’ultimo aveva previsto, le prime e certo non ultime rivolte delle popolazioni affamate.

Tutto si tiene, in questo libro. All’apparenza esso è fatto di capitoletti brevi e costruiti con verve assai sapida, articolati in sette sezioni: fatti, opinioni, parole, pensieri, calcoli, esperimenti, persone, com’è nello stile volutamente divulgativo dell’autore e come è stato anche negli altri suoi libri. Odifreddi peraltro difende con forza questo stile: la divulgazione è il primo passo della diffusione, ed è cosa più che nobile, dice, tanto è vero che la fece Galileo, come la fece Russel. Ma c’è una parentela strettissima tra il discutere della Genesi “biblica” che contiene in sé, nel divieto di assaggiare il famoso frutto, la condanna dell’uomo all’ignoranza (a parte le tante altre Genesi delle tante altre religioni: “troppe verità nessuna verità”) e il rivendicare invece, per l’uomo liberato, proprio il diritto al rifiuto dell’ignoranza: che nella Genesi “della scienza” così come l’hanno delineata Darwin e quanti sono venuti dopo di lui è esattamente ciò che distingue l’uomo da tutte le altre specie viventi e ne fa il padrone della terra. Anche se questo padrone, nel pensiero dell’autore di questo libro, rischia di restare uno sprovveduto scialacquatore, fintanto che non si decida a liberarsi delle sue catene. Catene culturali.

Ma questo è solo un esempio. Sono innumerevoli gli spunti di discussione che il libro propone, la gran parte consueti nell’indefessa e impenitente polemica di Odifreddi, in questa sede chiaramente non affrontabili nella loro interezza. Alcuni abbiamo voluto discuterli con l’autore, fresco reduce dall’ultimo polemico confronto col campo avverso in un viaggio a San Giacomo di Compostela durante il quale, tanto per cambiare, ha parlato di Genesi con un cattolico. Sappiamo che ne uscirà un libro di confronto, e il confronto è il sale della terra. Lo abbiamo intervistato per Il sottoscritto.

Da impertinente a impenitente. E matematico sempre. Ma in verità impenitente lei lo era anche quando si presentava da impertinente. È dunque questo libro una continuazione “variata” dell’altro, un’altra tappa della sua battaglia per una cultura fondata esclusivamente sulla scienza?

Naturalmente, si è quel che si è (o, come diceva il vescovo Butler, “tutto è come è, e non altrimenti”). Ma a volte qualcuna delle caratteristiche che formano la nostra personalità prende il sopravvento sulle altre, per motivi programmatici o contingenti. Nel mio caso specifico, l’impenitenza sottolinea appunto il fatto che c’è in questo libro una reiterazione dell’impertinenza del precedente, che qualcuno ha appunto considerato una colpa…

Cos’è esattamente, per lei, un “matematico”? Uno che si occupa di matematica, o che altro?

Matematico dovrebbe essere chi la matematica la fa, o l’ha fatta, per professione: a qualunque livello, dalla ricerca più avanzata, all’insegnamento, alla divulgazione, alla testimonianza. E io spero di meritare un po’ della qualifica per ciascuno di questi motivi.

Non le viene il sospetto, in questi tempi di “riflusso” all’indietro (il papismo imperante, Padre Pio riesumato, il “progressismo” sbeffeggiato dagli elettori), di essere un po’ solo in questa sua battaglia contro la superstizione religiosa?

Non ho alcun sospetto, nel senso che ne ho la certezza. Se non proprio solo, certo non sono in una compagnia affollata, ma forse è  meglio così: meglio pochi ma buoni…

In un libro uscito di recente Flores d’Arcais dice, rivolgendosi al cardinale Scola con cui discute di Dio, che sull’origine dell’universo la scienza “sa tutto”. Anche lei sembra pensarlo. Ma è proprio così, o è ancora quel quid non chiarito che fa la differenza?

A dire il vero io non penso affatto che sull’origine dell’universo la scienza sappia tutto! Si sa molto, ma quel molto è ben lontano dal tutto. Che cosa sia veramente successo agli inizi rimane ancora un mistero, che la teoria delle stringhe di Witten da un lato, e la teoria dell’universo prima del Big Bang di Veneziano dall’altro, cercano entrambe di svelare.

Lei si spende molto sulle “radici” dell’occidente, quelle vere, che posiziona tra Lucrezio, Marco Aurelio e Seneca. Quindi nella scienza e nello stoicismo. Perché non ci dice cosa  accomuna questi nomi al nostro tempo?

Lo stoicismo era una filosofia basata su tre pilastri: la fisica, la logica e l’etica. Mi sembra che su queste basi, magari ampliando le prime due più in generale nella scienza e nella matematica, si possa certamente fondare un pensiero moderno, ispirato dalla conoscenza invece che dalla superstizione, e  aperto all’umanesimo invece che contrapposto ad esso.

Cos’è per lei la religione della natura? E in che senso si possono mettere assieme Lucrezio e Spinoza?

La religione della natura consiste nel vedere che il mondo non è un ammasso disordinato di eventi fortuiti, in balia del caos, ma un insieme ordinato di fatti concatenati, regolato dalla ragione. E non sono stati solo Lucrezio e Spinoza, ma tutti gli scienziati, da Pitagora ad Einstein, a professare questa religione, e a contrapporla alle versioni caricaturali proposte dalle “religioni” confessionali.

A volte sembra di vedere, nelle sue posizioni, una sorta di pregiudizio nei confronti della cultura umanistica, o del “romanticismo” in senso lato. Non le sembra di essere un po’ troppo unilaterale?

Spero di non esserlo, e credo di non avere pregiudizi nei confronti di tutta la letteratura e la filosofia: piuttosto, esprimo dei (post) giudizi circostanziati su una certa letteratura e una certa filosofia, che si potrebbero caratterizzare per l’eccesso di parole da un lato, e il difetto di contenuti dall’altro.

Lei conduce una polemica senza fine contro il cattolicesimo, addirittura chiama il papa attuale Simplicio XVI, che è come dire che non è cambiato granché dai tempi di Galileo. Eppure il cattolicesimo ha avuto anche Theilard de Chardin nella sua storia culturale.

Si, ma Theilard non solo non è  diventato papa, ma ha avuto i suoi problemi anche solo a rimanere prete! La chiesa è tutto e il contrario di tutto, e alberga sia i gesuiti che l’Opus Dei, ma i suoi vertici sono una cosa sola: anacronistici.

Al di là del merito delle sue convinzioni sulla religione, che effetto le fa essere preso a bersaglio come campione di “ateologia”? In un mondo peraltro che vive sempre più etsi Deus non daretur?

Se uno si impegna in un’attività e ne viene riconosciuto “il campione”, non può  certo lamentarsi. E io infatti ne vado fiero.

Mi ha colpito la sua quasi demolizione di Semerano. In fondo anche lui fa un discorso di scavo “scientifico”, demolisce “verità” che non reggono più. Come mai?

Semerano ha scritto un libro sull’infinito che, a me, appare molto demenziale e per niente scientifico.  Le altre sue opere non le ho lette (dopo quell’esperienza, ci mancherebbe), ma il fatto che siano elogiate da Cacciari e Severino  mi fa pensare che lui sia della loro stessa pasta, e che io non mi sbagli a metterli tutti insieme nel cestino dei rifiuti della storia del pensiero. 

Mi sbaglio o lei ha un po’ cambiato opinione su Stiglitz rispetto a qualche anno fa?

Non direi: l’ho intervistato per i miei Incontri con menti straordinarie di qualche anno fa, adesso ho scritto un capitolo su di lui in Il matematico impenitente, e in entrambi i casi ho trovato molto interessanti e ampiamente condivisibili le sue analisi, che si basano su una conoscenza diretta dei meccanismi economici da un lato, e un’esperienza in prima persona nella Banca Mondiale dall’altro. Altro che le povere ciance sulla tecnica dei “filosofi” citati prima! I premi Nobel scientifici sono un’altra cosa…

 
 
 
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