RiduciVoci d'esilio Suzanne Dracius e Soheila Ghodstinat
 
   

Soheila Ghodstinat

L’ A U T R I C E

In Inghilterra dall’86 contro le dittature

Scrittrice in esilio dal 1986. Nata in Iran, dopo aver vissuto in diversi paesi del mondo tra cui l’Argentina, gli Stati Uniti, la Svezia , oggi vive in Inghilterra. È autrice di un libro autobiografico, "A Journey to Starland" (Pegasus Publishers 2003 prima edizione, nel 2005 la seconda edizione) in cui racconta la sua storia di donna in una società iraniana oppressiva che nega l’esistenza delle donne sullo sfondo della Rivoluzione Islamica. "A Journey to Starland" è un libro che ricostruisce la lotta personale e collettiva per la libertà e l’affermazione dei propri diritti contro ogni regime dittatoriale. Soheila Ghodstinat collabora oggi a diversi progetti rivolti alla tutela degli scrittori in esilio. Nel 2005 fa parte dello spettacolo "And the City Spoke", prodotto dall’organizzazione londinese Exiled Writers.ink che dopo apparizioni in Polonia e in Gran Bretagna è approdato anche in Italia. Del testo teatrale è anche coautrice. Sta per essere pubblicata in Gran Bretagna un’antologia di poesie di poeti esuli tra i quali figura anche la Ghodstinat: il titolo è "Home is where the hatred is" (Leaf Press). È in uscita infine il suo libro di racconti di storie di donne sullo sfondo di una Persia contraddittoria. Oggi la Ghodstinat collabora con diverse organizzazioni per i rifugiati a Londra e continua a sostenere una tenace battaglia contro ogni forma di totalitarismo di tipo pure religioso e fondamentalista.

Suzanne Dracius

L’ A U T R I C E

Alla ricerca della propria identità

«Kalazaza» è una parola creola chedesigna un meticcio di bianco e nero dalla pelle e dai capelli chiari. E «calazaza» si definisce Suzanne Dracius, una delle voci più interessanti e appassionate della letteratura antillana, un’autrice che ha fatto della lotta contro ogni sorta di discriminazione, sia essa razziale, sessuale o sociale, il cardine e la materia della propria attività letteraria. La sua è una scrittura estremamente poetica, che non si sottrae però alla cruda restituzione di una realtà spesso fatta di violenza, di abusi, di pregiudizi imposti con prepotenza e spesso accettati con passiva rassegnazione. Per la scrittrice la cultura creola deve andare indietro nella memoria, oltre il triste periodo della Tratta, per giungere alle sue vere origini, al popolo africano costretto a lasciare la terra d’Africa per essere asservito all’avidità e all’arroganza dei coloni bianchi. La ricerca personale e artistica della scrittrice, dunque, attinge proprio dal passato le ragioni di un presente complesso e problematico che può e deve trovare occasione di riscatto nella conquistata consapevolezza dell’identità creola. Susanne Dracius è autrice di romanzi, novelle, poesie e drammi. Vive anche a Parigi. Tra le opere principali uscite in Francia figurano il romanzo "L’autre qui danse" (1989, 2007), la raccolta di novelle "Rue Monte au ciel" (2003), il dramma "Lumina Sophie dite Surprise" (2005).

 
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 Voci d'esilio 

 

  

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Suzanne Dracius

«Milito per la riappropriazione del termine "creolo" che per un lungo tempo fu rifiutato agli antillani di colore, mentre prima, fin dai primi tempi della colonizzazione e della Tratta dei negri, differenziava gli schiavi nati nelle Antille e li distingueva dagli africani appena sbarcati»

Il mio sangue è nero, bianco

e indiano con e senza piume

 

 

 

di Leonarda Oliveri

L’ I N E D I T O

 

Caro figlio meticcio e cara trisavola nera, vi scrivo questa lettera

 

15 agosto 2004. Ad Atene si aprono i Giochi Olimpici, il Papa è a Lourdes. Tutto è a posto, tutto è festoso e lindo. Non sarebbe di buon gusto guastare la festa. Ma non è un buon motivo per abbassare la testa. Fa anche rima, ma non serve a molto. Hanno un bel dirti che queste cose esaltano l’Universale. Se provi a cercare te stesso nel bel mezzo della grandiosità di queste megacerimonie, nella Grecia antica celebrata con grandi fasti così come nella magnificenza del culto cattolico, ti colpisce una coincidenza: in entrambi i casi trovi la schiavitù. Il punto in comune con te è la schiavitù, istituzione ufficiale nella democrazia ateniese, da cui erano esclusi schiavi, donne e «meteci», così come la «schiavitù dei negri» fu benedetta dal Papa, un altro Papa, molto tempo fa, a conclusione della famosa controversia di Valladolid, considerato che «i negri probabilmente non avevano un’anima», come ironicamente suggerisce Montesquieu in senso antifrastico. Allora viva la televisione, almeno puoi trovarci di che rialzare la testa: non è stato forse un bell’atleta nero ad aver avuto l’insigne onore di essere il portabandiera della Francia all’apertura ufficiale delle Olimpiadi? Tutto il mondo lo ha potuto vedere. Hai poi un altro motivo per rasserenarti vedendo Giovanni Paolo II a Lourdes: questo stesso Papa non ha recentemente chiesto perdono per la schiavitù, perdono per la Tratta? Baciando il suolo d’Africa non ha però di certo cancellato il debito. L’Africa è sempre dissanguata, Haiti continua a dibattersi nelle conseguenze di ciò che è stato Santo Domingo. Certo, non posso non rallegrarmi del fatto che quantomeno ci siano cose di cui tu possa essere orgoglioso. Non occorre risalire alle piramidi né alle teorie di Cheikh Anta Diop (attento, qui c’è una preterizione: la stilistica non è appannaggio di nessuno, anche se la retorica è fiorita in Grecia e nell’antica Roma), né arrivare all’eccentricità dell’afrocentrismo o nutrire un beato ottimismo. Oggi puoi compiacerti nel vedere alcune porte aprirsi, la tale competente presentatrice o il tale bellissimo presentatore televisivo ammessi su emittenti nazionali… Eppure bambini neri vengono uccisi nella propria casa da proiettili vaganti senza che su quelle stesse televisioni francesi, che demonizzano perfino Dieudonné, ci si commuova più di tanto se il fatto è stato commesso, impunemente, da un poliziotto bianco che stava pulendo la sua arma nell’edifico di fronte. Adesso va di moda la vigilanza. Sono le donne che devono essere «sentinelle dell’Invisibile», il Papa dixit. Da brava piccola antillana, discendente da schiavi africani, cristianizzata di conseguenza da secoli, dato che nel XVII secolo il «Codice Nero» firmato dal re di Francia Luigi XIV ordinava di battezzare ogni schiavo negro, da buona cristiana - dicevo - obbedisco. Da «sentinella dell’Invisibile», da donna, ma donna martinicana, mi sembra salutare, addirittura vitale, aspirare a rendere visibili non solo le umiliazioni e le sofferenze del popolo nero, ma anche e soprattutto le sue glorie, adoperarsi a esaltare, in modo ovviamente sano, senza astio, senza spirito di rivincita, le sue legittime ragioni di orgoglio e le sue potenzialità, lottare, da «sentinella dell’Invisibile», contro la paradossale invisibilità della «gente di colore». Per il bambino nero che non ne può più di vedere in televisione i neri poveri, affamati, decimati da guerre e da grandiosi massacri, i neri campionidi Aids, delinquenti, avanzi di galera, clandestini, senza casa, l’Africa mendicante, l’Africa etica, ecco improvvisamente qualcosa di cui sognare: non sono quasi tutti neri o meticci gli atleti della nazionale francese? Guardando i Giochi Olimpici trasmessi alla tivù, ecco che finalmente potrà esultare quel bambino nero, nipote dei bumidomien antillo-guyanesi o reunionesi, che non ha mai messo piede sulla sua isola d’origine, che non ha toccato il suolo americano e non ha mai visto il mare dei Caraibi perché l’aereo costa troppo. Grazie ai Giochi Olimpici in televisione, il bambino nero che non è mai andato in vacanza potrà distrarsi un po’. Ma attenzione! Devono vincere un mucchio di medaglie, altrimenti… Se non si fanno onore il loro «colore esotico» rischia di diventare bruscamente visibile. «Vae victis!» Ricordatene: Marie-José Pérec, finché è stata vittoriosa, la chiamavano «Marie- Jo» o «la francese». Non appena ha cominciato a mollare e ad avere problemi guarda caso hanno preso a chiamarla «la guadalupese». E ancora, nelle serie televisive che riguardano il bambino nero, mulatto o meticcio, nei film, nella pubblicità quante persone gli somigliano? Dove sono quelli che gli somigliano? Eppure sono là, nelle strade, considerato che la popolazione francese è vistosamente black and white, soprattutto a Parigi nel mese di agosto, visto che tra la «coloured people» non sono affatto numerosi quelli che partono per abbronzarsi sulle spiagge (vogliamo ignorare gli spiritosi che diranno che le persone scure di nascita non ne hanno bisogno!) Dove sono gli attori neri, mulatti, meticci? Mi si obietterà che l’audience subirebbe effetti devastanti… E se ci provassero, giusto per vedere? Almeno per renderli «visibili». Niente è irreversibile: «errare humanum est, perseverare diabolicum», l’errore è umano, perseverare, ostinarsi e insistere nell’errore è diabolico. Vogliamo contare sull’uomo, non sarà mai troppo tardi per correggere gli eventuali errori… Aspettiamo e confidiamo che questa situazione sarà cambiata prima che il bambino nero diventi vecchio, troppo vecchio per guardare la televisione. Per il momento, seduta davanti alla tivù, sento gli applausi rivolti durante l’omelia papale all’allusione appena velata al rifiuto dell’aborto, introdotta nel cuore di un’arringa sul rispetto della vita «dal concepimento fino al suo termine naturale», proprio al centro del papale omaggio alla donna. In quel momento avrei preferito un pensiero forte per le donne che sono già al mondo, alle quali la vita viene tolta con la lapidazione proprio perché non hanno abortito e il cui solo crimine è stato mettere al mondo senza essere sposate un bambino, un altro bambino nero. Quanto a te, mia trisavola, mitica ed emblematica negra ribelle di cui vado fiera, ancora oggi violentata, oltraggiata, sverginata, nell’occasione di questa festa particolarmente solenne dedicata alla Vergine, vorrei solennemente sdemonizzarti. Vorrei farlo, costi quel che costi, fastosamente. E perché no, in mezzo a tutti questi fasti? Te lo meriti. Non si tratta di compiacersi nei gemiti della sofferenza o nell’antico rumore delle catene, ma di attingervi materia di legittima protesta, qualunque sia il canale televisivo che stai guardando. Per l’edificazione. Per l’educazione. Per l’elevazione. Io insisto e firmo: Suzanne Dracius, martinicana, scrittrice, autrice di "Rue Monte au ciel" (Desnel, 2003) Coincidenza? Non ci sono coincidenze, ci sono solo corrispondenze. Come c’è scritto sopra. Port-Royal, 15 Agosto 2004 Post-scriptum: Ahimè, non sarete stati i soli, mio amato figlio, mia cara trisavola, a non cogliere l’ironia, né l’antifrasi, né la preterizione nel mio discorso. Occorre diffidare dalle letture frettolose. Così come rispetto il lettore, ho rispettato anche certe suscettibilità, senza peraltro rinnegare me stessa, al fine di aprire gli occhi dei lettori istruiti che, nonostante la loro perspicacia, avrebbero potuto non percepire tutti gli effetti stilistici della mia lettera. Le figure di stile sono come stiletti, armi a doppio taglio. Mi consolo al pensiero di avere illustri predecessori: i signori Voltaire, Montesquieu e Beaumarchais ne sanno qualcosa. E anche, più vicino a noi, Césaire.

Suzanne Dracius

[Trad. Leonarda Oliveri]

 

 

Suzanne Dracius vive tra la Martinica (Fort-de-France) e Parigi, dove ha appena realizzato un programma televisivo che sta andando in onda su France O. I suoi libri non sono stati ancora  pubblicati in Italia, mentre in Francia l’ultimo titolo uscito è “L’autre qui danse”, ripubblicato in edizione tascabile. L’abbiamo intervistata.

Lei attribuisce alla cultura dell’Hexagone un atteggiamento ambiguo nei confronti dei francesi «non metropolitani». Che rapporto corre tra la cultura francese e quella «delle isole»?

In occasione dell’abrogazione della famosa legge denominata in Martinica «legge della vergogna», che stabiliva che gli insegnanti dovessero mettere in evidenza gli aspetti positivi della colonizzazione, abrogazione chiesta a gran voce e ottenuta dalla gente dei Dom, ho potuto constatare fino a che punto i francesi dell’Hexagone ignorino la storia delle Antille, la schiavitù e il vero volto della colonizzazione. In seno alla cultura francese, le emanazioni della cultura «delle isole» sono trascurate,addirittura sottovalutate. Ogni tanto, ad esempio in occasione del cinquecentenario della scoperta delle Americhe, si assegna un prestigioso premio letterario a un antillano – come dare noccioline alle scimmie - ma in generale gli scrittori antillani restano paradossalmente emarginati rispetto agli altri scrittori francesi e svantaggiati rispetto agli autori francofoni stranieri, africani o haitiani, che sono considerati più «esotici». E così mentre da una parte si vota la legge Toubira, che sancisce che la schiavitù è un crimine, dall’altra si sta bene attenti a eludere la questione delle riparazioni e a trascurare di porre in essere le misure educative previste dalla stessa legge, oppure si inaugura

in piena Parigi la statua all’abolizione della schiavitù, senza far conoscere ai francesi, a tutti i francesi, che la prosperità della Francia

è dovuta alla schiavitù e senza attivare seriamente nei campi dell’insegnamento e della comunicazione quei provvedimenti necessari a

informare ed educare i francesi sul passato schiavista della Francia. Fintantoché non sarà fatta chiarezza sui questi fatti, temo che continueranno a sussistere il razzismo e l’opinione scellerata che considera gli antillani come degli assistiti.

Come vede il concetto di creolità?

Non spetta a me definire un concetto a cui ho rifiutato di aderire come si aderisce a un partito. Quando i teorici del movimento in fase di elaborazione del loro trattato teorico mi hanno chiesto «Suzanne, ti iscrivi alla creolità?» ho risposto «Perché, ci si deve tesserare?». Ho rifiutato di etichettarmi perché non gradivo né il lato esclusivo, addirittura settario al limite del razzismo, di quella teoria, né il rigetto dell’Africa e di Aimé Césaire. Ho consigliato loro di rendere omaggio ad Aimé Césaire, cosa che hanno fatto in exergo. Sono invece molto attaccata a quella che chiamerei la mia «creolitudine » in grado, come la negritudine, di farmi trarre dalle mie radici creole la forza di essere al mondo, di stare in armonia con me stessa e con il mondo intero, nell’alleanza delle molteplici origini mescolate nel mio sangue, la nera, la bianca, l’indiana con e senza piume, per giunta con una bisnonna cinese, come Matildana, l’eroina del mio romanzo “L’autre qui danse”, «ben piantata nella confusione del suo sangue molteplice». Io milito anche per la riappropriazione del termine «creolo» che per un lungo tempo fu rifiutato agli antillani di colore, mentre prima, fin dai primi tempi della colonizzazione e della Tratta dei negri, il termine creolo serviva proprio a differenziare gli schiavi nati nelle Antille, «non metropolitani », e a distinguerli dagli africani appena sbarcati, secondo l’etimologia della parola creolo, che deriva dal verbo spagnolo allevare. È creolo ogni essere nato e «allevato» nelle Americhe. Tutti i libri contabili delle piantagioni del XVIII secolo menzionano negli elenchi degli schiavi: «Tizio, negro creolo», cioè nato in Martinica a differenza di «Caio, negro Congo» che indica un nero deportato dall’Africa e venduto come schiavo nelle Antille. Eppure ancora oggi i dizionari francesi, per esempio il Robert, danno della parola creolo la seguente definizione: «Persona di razza bianca nata nelle colonie intertropicali, specialmente nelle Antille (= béké)». Definizione tanto più inesatta se si pensa che nella Réunion succede proprio il contrario: la parola creolo designa soltanto le persone di colore! Stiamo attenti, anche la lingua è portatrice di ideologie razziste e perfino la lingua pratica l’esclusione. Hanno ridotto in schiavitù i nostri antenati  che non ci privino anche della nostra creolità! Proprio su questo tema ho scritto una novella intitolata “La lingua di Molière”.

I suoi testi non rinunciano all’ambientazione storica, anche quando il dato storico resta sullo sfondo. Cos’è la storia per il popolo martinicano?

Per il popolo martinicano la conoscenza della propria storia è di capitale importanza, direi è vitale. Per molto tempo la storia della Martinica ci è stata raccontata dal punto di vista del colonizzatore, adesso è indispensabile che si insegni il passato dei nostri antenati, di tutti i nostri antenati, compresi i negri ribelli, un tempo demonizzati e considerati simbolo di banditismo, mentre sono invece sinonimo di resistenza alla schiavitù, di una resistenza a quella servitù che garantiva la nostra stessa sopravvivenza. È impossibile ricostruirsi finché non sarà stato fatto questo lavoro della memoria. C’è un dovere della memoria, a dispetto di quanto è stato fatto fino a non molto tempo fa, quando ci si rifiutava di parlare di schiavitù. Il popolo martinicano si vergognava di quel passato, gli avevano inculcato la vergogna per i suoi antenati schiavi e così il passato veniva occultato come una cosa sporca. Io invece dei miei antenati schiavi sono fiera, quanto e anche più che dei miei antenati bianchi, che per forza di cosa erano schiavisti. Il martinicano per molto tempo ha reagito come la vittima di una violenza che si sente colpevole, tace e non vuole denunciare il suo violentatore. Ma questa situazione a poco a poco sta cambiando. Aimé Césaire ha apprezzato il modo in cui in “Lumina Sophie dite Surprise” ho mostrato il momento storico della presa di coscienza politica del popolo martinicano in occasione dell’insurrezione del 1870. Si, è un bene conoscere la storia, perché «sapere è potere», il sapere è la terra delle genti senza terra e un popolo che non conosce il suo passato è un popolo senza futuro.

La sua scrittura sperimenta linguisticamente le potenzialità del francese innestandovi termini e modi di dire creoli, ma anche latinismi e grecismi. Cosa si propone di esprimere mediante questo tipo di scrittura?

La totalità del mio essere. La pienezza, se possibile, considerato che la ricchezza del mio métissage non solo etnico ma culturale mi permette di contare su tutto l’insieme dei dati che la vita mi ha fornito. Sono entrata nella lingua francese come si entra invitati in un’abitazione - nel senso del termine creolo «bitasion», che designa l’insieme della piantagione nel sistema coloniale antillano - un’abitazione aperta, in cui ho vagabondato a mio piacimento introducendovi pezzi del mio universo creolo. Se il francese è la mia lingua materna, il creolo è la mia lingua paterna nel senso etimologico della parola, è la lingua dei miei «patres», dei miei antenati. Sono nata in Martinica, lì ho imparato a leggere il mondo in un contesto creolo. La mia infanzia è stata cullata dai racconti creoli di mia madre e di mia nonna. Li trovo stupendi, pieni di vita, vibranti di immagini forti, fanno parte di me e sono indissociabili dalla mia scrittura perché sono inseparabili dalla mia formazione di latinista e ellenista. È stato tutto concomitante, tutto strettamente correlato: l’apprendimento della lingua, l’iniziazione alle due lingue, alla nobiltà del francese e alla melodia del creolo, poi la magnificenza del latino ecclesiastico, la meraviglia della grammatica e infine, al liceo, la rivelazione del greco. È tutto mescolato in me, il nero, il bianco, il rosso, il giallo, il classico e il postmoderno, tutto forma una tavolozza non solo pittoresca, ma costitutiva del mio essere e della mia scrittura, uno strumento multicolore di cui amo la diversità e che mi serve per dire il mio mondo.

Quali sono i suoi modelli letterari e in quale misura hanno influenzato il suo modo di scrivere?

I miei modelli letterari sono come me di diverse origini, di ascendenze eteroclite, affondano le radici nella più lontana antichità. Amo Aimé Césaire come poeta incommensurabile ma anche come uomo adorabile. Sono molto sensibile ai “Souffles des ancêtres” africani di Senghor e di Birago Diop. Certo, nella biblioteca dei miei genitori c’erano il “Cahier d’un retour au pays natal” e Fanon, ma a dire il vero a scuola quegli autori non avevano nessuno spazio, al liceo gli autori antillani non li facevano studiare. Ero comunque una brava alunna, addirittura la più brava in francese, latino, greco e non stavo certo col naso per aria quando il professore parlava della vita di Racine o di Molière. Tuttavia non ho mai sentito dire e non ho mai letto che Alexandre Dumas fosse mulatto, come me. L’ho saputo molto più tardi, perché i francesi sono contrariati dal fatto che l’autore dei personaggi più conosciuti in tutto il mondo sia un negro. Eppure sapere che il grande Dumas aveva una bisnonna negra schiava mi avrebbe aiutato a costruire me stessa, quando ero piccola. E aiuterebbe di certo i giovani francesi nipoti dei bumidomien sapere questa e un sacco di altre cose sui loro antenati, cose certo più gratificanti delle carestie, delle guerre tribali, dei massacri, dei potentati corrotti, dei bambini soldato, dell’Aids e via discorrendo. Questo è uno dei temi che affronto nella novella “Les trois mousquetaires étaient quatre” che fa parte di “Rue Monte au ciel”. I miei maestri sono dunque di tutti i tempi e di tutte le nazionalità: Petronio, Madame de La Fayette e Flaubert per il romanzo, Maupassant per la novella, Omero, Saffo, Rimbaud e Baudelaire per la poesia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOHEILA GHODSTINAT

 

«Non posso tornare a causa della mia autobiografia "A Journey to Starland". Ho raccontato fatti reali che sono accaduti a me e alla mia famiglia, ho denunciato il regime politico, fatti e persone reali. La mia famiglia vive ancora lì e tornare significherebbe metterla in pericolo»

 

Mi sveglio sempre sognando

di ritornare un giorno in Iran

 

 

di Valentina Acava Mmaka

         L’ I N E D I T O

 

Io, figlia di una prostituta e perseguitata dal governo islamico

 

- Come ti chiami?

- Mina. Mia madre amava il suo colore blu del lapislazzulo così mi ha chiamata Mina. Mina Ahwazi… sì, è da lì che vengo. E tu come ti chiami?

- Soheila. Dove stai andando?

- Francamente non so dove sto andando, del resto non so neppure da dove vengo. E tu?

- Io vengo da Teheran, ho viaggiato in diversi paesi e oggi sono qui con mia figlia in attesa di andare a Starland. Cosa vuoi dire che non sai da dove vieni?

- Accidenti, Starland! Suona bene, deve essere bello! Sai, io non conosco molto il mondo, come ti ho detto prima vengo da Ahwaz e ho vissuto nel sud dell’Iran, a Shiraz e in nessun altro luogo… se mi prometti di non dirla a nessuno, ti racconto la mia storia. Dimmi cosa fai nella vita Soheila?

- Scrivo, racconto storie.

- Fantastico, adoro la poesia e la letteratura, sai io non ho potuto studiare molto…

- Come mai?

- Mia madre e mio padre venivano da Doob, sai dove si trova?

- No, non ne ho idea.

- Era una famosa casa di piacere nel Sud dell’Iran, mia madre faceva la prostituta e mio padre era un protettore. Erano brave persone, e non volevano che crescessi in quell’ambiente ma non avevano altra scelta. Quando ebbi compiuto sei anni, mia madre chiese ad una sua collega, che era stata una maestra, di insegnarmi a leggere e scrivere.  Da allora scoprii quanto fossi curiosa e presto mi appassionai alla letteratura. Non potevo frequentare la scuola con i genitori che mi ritrovavo e il genere di «casa» in cui vivevo. Nessuna scuola avrebbe mai accettato una studentessa «bastarda» come me! Ero molto brava a scrivere e cominciai presto anche io a comporre versi.  Se vuoi che ti legga qualche mia poesia, le conservo ancora.

- Ne sarei felice.

- Comunque a quindici anni mi sono sposata con un ragazzo che frequentava la casa di piacere. Vedendomi si innamorò di me e mi chiese in moglie. Dopo il matrimonio e io e mio marito ce ne andammo da quel posto, avevo paura che qualcuno potesse riconoscermi, così ci trasferimmo in un’altra città dove abbiamo vissuto per tredici anni. Qui abbiamo passato anni bellissimi con i nostri cinque figli.  Avevo tutto ciò che potevo desiderare, una casa, un buon marito, una vita serena. Tutto questo fino all’anno scorso.

- Cosa è successo l’anno scorso?

- Un vecchio cliente di mia madre venuto nella città dove vivevo mi ha riconosciuta, ha cominciato a dare fastidio a me e alla mia famiglia, soprattutto perché si trattava di un funzionario del Governo islamico.  Se solo avesse rivelato quale tipo di esistenza avevo condotto crescendo in una casa di piacere, figlia di una prostituta e di un magnaccia, avrebbe potuto mettere nei guai me e mio marito. Anche se non ero una prostituta, ai suoi occhi lo ero. Vivere in quella situazione era diventato molto difficile, così fummo costretti a lasciare la nostra terra… eccomi qui, senza futuro, senza progetti, senza un passato da ricordare. Sono qui davanti a te senza sapere nulla delle mie origini e della mia famiglia, ma so di avere talento e compassione.  È difficile vivere qui, anche con i miei compatrioti, appena mi incontrano per la strada, si voltano per guardare dalla parte opposta, non vogliono ascoltarmi, non vogliono parlarmi. La gente di qua mi guarda come una straniera e non hanno idea che sono loro gli stranieri ai miei occhi. Non so nulla di loro e non posso avvicinarmi a loro né parlargli, sono tutti stranieri per me. Non so da dove vengo, non so dove sto andando, ma ho la speranza e la dignità.

© Soheila Ghodstinat

[Trad. Valentina Acava Mmaka]

 

 

Iraniana di Teheran, Soheila Ghodstinat da oltre venticinque anni vive in esilio. Dapprima si rifugia in Svezia, poi dopo una serie di tappe in paesi diversi quali Argentina, Francia, Ger- mania, approda nel Regno Unito, dove si stabilisce svolgendo i lavori più disparati parallelamente alla sua attività di scrittrice. Nel 2003 esce in Gran Bretagna la sua autobiografia “AJourney to Starland” (Pegasus Publishing).  Qui la storia personale dell’autrice si intreccia con la storia iraniana. E l’autrice riferisce della propria vita senza erticenze e concessioni.  Siamo negli anni Settanta, lo scià lascia l’Iran e si instaura il regime autoritario dell’Ayatollah Khomeini. Iran e Iraq sono in guerra. Sullo sfondo di un Paese oppresso sotto il peso della rivoluzione islamica comincia la storia d’amore di un’abbiente quattordicenne che dopo un periodo di viaggi per motivi di studio tra la Svizzera e gli Stati Uniti, torna al suo paese e sposa il suo primo amore, Ali.  Il matrimonio diventa ben presto un incubo, il sudario della sua infelicità. Violenze e vessazioni sia fisiche che psicologiche iniziano Soheila Ghodstinat ad un lungo viaggio verso la ricerca della libertà che l’autrice identifica in un luogo ideale, Starland. Si tratta di un viaggio, o meglio di una missione, piena di ostacoli e paure. I sentimenti che popolano la vita quotidiana di questa donna che lotta per proteggere se stessa e una figlia piccola da un marito-padrone, sono l’angoscia, l’insicurezza, la paura, l’ansia.

Presto si rende conto di non poter più tollerare un matrimonio senza più coordinate e valori comuni che le impedisce di esprimere la sua identità femminile, e qui inizia il suo disperato tentativo di liberarsi da quel legame che la imprigiona.

Contrastata dalle autorità iraniane che potrebbero concederle il divorzio, Soheila viene direttamente catapultata nell’oscuro meccanismo della burocrazia islamica che penalizza la condizione delle donne negando loro i diritti fondamentali. Ghodstinat trova dentro di sé, grazie anche all’anche all’amore della sua famiglia di origine che la sostiene e crede in lei, alla responsabilità per la piccola figlia Saghi e ad alcuni amici sinceri, le risorse per ribellarsi e non subire più la volontà degli altri.

Con questa suo racconto Ghodstinat avvicina e riunisce un ampio universo femminile che, nella sua storia, può identificarsi e riconoscersi ma anche trovare uno spunto per pensare in prospettiva alle infinite risorse interne che la donna può trovare contro ogni forma di oppressione, soprattutto in un contesto famigliare oppressivo e all’interno di regimi politici autoritari che negano i diritti delle donne relegandole, spesso ancora oggi, a ruoli subalterni.  Per le tante storie taciute, Ghodstinat ha trovato la voce per farsi testimone di una storia universale che condanna la donna ad essere un soggetto ancora solo raccontato e violato.  Ghodstinat porta con sé l’esperienza dell’esilio e di una lunga migrazione da e verso luoghi diversi, una esperienza che, come lei stessa sostiene, le ha permesso di conoscere e mettersi in relazione con culture e persone diverse accrescendo in lei il senso di partecipazione e confronto. L’abbiamo intervistata.

Vivi da oltre venticinque anni in esilio. Ci puoi raccontare il primo approdo in terra straniera dopo la tua fuga dall’Iran?

Io e Saghi, mia figlia, siamo arrivate a Stoccolma in una giornata d’inverno. Siamo andate all’ufficio immigrazioni. Ho detto alla polizia che io e mia figlia cercavamo asilo in Svezia.  Ci hanno salutate e ci hanno detto di aspettare in una stanza con altre persone, tutte come noi, diverse di diversa nazionalità, ma tutte là per lo stesso motivo: la libertà. Era una stanza grande, tutta bianca, con delle panche di legno e un tavolino in un angolo. Dopo circa un’ora ci hanno portate in un ufficio per farmi domande in inglese. Io gli ho raccontato tutta la mia storia in inglese, poi però l’ho dovuta ripetere in farsi, perché volevano due versioni esattamente identiche. Quando ci hanno riportate nella sala d’attesa, mi sono seduta esausta su una panchina e mi ci sarei addormentata volentieri.  Morivo dal sonno! Provavo tuttavia un senso di liberazione, di leggerezza.

L’esilio è l’esperienza migratoria più estrema e sradicante. Come donna e scrittrice come sei riuscita a mantenere salda la tua identità originaria in un nuovo altrove, lontana dai tuoi affetti, dalla tua lingua, dalla tua cultura?

Come hai ben detto, l’esilio è un’esperienza drammatica, talvolta con dei risvolti tragici che sembrano insormontabili. Nel mio caso prendere coscienza dell’esilio, viverlo consapevolmente non come una «condanna» bensì come una esperienza di possibilità, mi ha aiutato a vivere.

Come riesci nell’oggi, nella tua nuova «casa », a valorizzare la tua identità?

La scrittura senza dubbio mi ha sostenuta, essa infatti mi ha permesso di dare voce al mio essere e a condividere la mia cultura iraniana con la gente dei paesi che mi hanno accolta.  Anche la mia lingua, il farsi, vive nella mia scrittura, infatti la mia poesia nasce proprio in farsi.

Ci sono scrittori che nell’esilio hanno perso la loro voce, la loro scrittura, o quanto meno che non hanno saputo scrivere del loro paese. Com’è nata la tua scrittura?

Non posso dire di aver perso la voce, però mi sento di dire che scrivere in esilio è stato molto impegnativo, soprattutto perché spesso nell’altrove non c’è interesse verso l’Altro che racconta dell’Altro e dell’Altrove a meno che non si tratti di qualcosa di esotico, fine a se stesso.

Mina, la protagonista della storia che pubblichiamo in questa pagina, è una donna che necessita di trovare se stessa, lei che viene rifiutata da una società che non accetta di confrontarsi con un destino diverso dagli schemi. Come riuscirà Mina ad acquisire coscienza di sé?

Credo che Mina riuscirà a trovare se stessa. Nonostante sia confusa, è una donna forte.  Credo che molte persone nella sua stessa situazione non si arrendono facilmente, devono trovare se stesse prima di tutto, in modo da poter vivere la nuova situazione. Per un esule (me stessa compresa) la vera difficoltà sta nel mettersi in relazione con i propri figli. Crescono in un paese nuovo, spesso confusi, stentano a riconoscersi nella propria cultura d’origine, questo è molto penoso. Per Mina lo è perché non può rivelare la propria identità, la deve anzi negare e questo a lungo andare può influire negativamente sulle giovani generazioni che hanno bisogno di potersi riconoscere e identificare con un passato e una memoria personale, familiare, collettiva, storica.

Il primo paese del tuo esilio è stato la Svezia, poi sei stata in Argentina, in Francia, in Svizzera e ora sei in Gran Bretagna dove vivi con tua figlia. Com’è la tua vita quotidiana oggi?

La mia vita di ogni giorno migliora sempre più. Sono arrivata alla consapevolezza che faccio parte di questa nuova società e che in essa apporto dei valori e una cultura. Lavoro con i bambini in qualità di educatore organizzando laboratori di teatro e di scrittura e con loro condivido la mia esperienza di vita, la mia lotta per la libertà, i miei successi. È uno scambio e un confronto reciproco, io imparo da loro e loro da me. Inoltre, come dicevo, la scrittura è la mia compagna quotidiana. Ho anche iniziato a recitare in piccole parti, in alcuni film di registi iraniani. Anche la recitazione mi permette di mettermi in relazione con il mio paese.

Hai lasciato l’Iran sotto la rivoluzione khomeinista. Hai mai pensato di tornare in Iran?

Ogni giorno mi sveglio con il sogno di tornare un giorno nella mia terra. In modo più esteso sogno di svegliarmi in un mondo dove le persone possano vivere senza pregiudizi, senza restare confinati dietro della barriere. Per il mio paese sogno un luogo dove si possa vivere la propria identità culturale liberamente senza l’eccesso dei nazionalismi e dei fondamentalismi.

Se oggi tornassi, che tipo di problemi incontreresti?

Non posso tornare nel mio paese a causa della mia autobiografia “A Journey to Starland”.  In essa ho raccontato fatti reali che sono accaduti a me e alla mia famiglia, ho denunciato il regime politico, fatti e persone reali. Questo è il principale motivo che mi impedisce di fare ritorno. La mia famiglia vive ancora lì e tornare significherebbe metterla in pericolo. Io sono la più piccola dei miei fratelli e sorelle e dopo essersi presi cura, anche nella lontananza, di me e mia figlia, non permettere mai che accadesse qualcosa a loro tornando.

Le protagoniste dei tuoi racconti, la tua stessa autobiografia, hanno per artefici donne che combattono per la loro libertà. La società iraniana odierna offre una serie di contraddizioni, come vive la donna oggi?

Storicamente le donne iraniane sono state delle grandi combattenti. Nella storia del mio paese sono tante le donne che hanno lottato per affermare la propria libertà contro le ingiustizie e le vessazioni cui erano soggette. Oggi le donne sono molto più attive e consapevoli dei loro diritti e nonostante le restrizioni del regime fondamentalista, continuano il loro impegno, la loro lotta civile attraverso l’arte e l’attivismo.

William Plomer in una delle sue poesie dice: «Andiamo in un altro paese, non il mio né il tuo e ricominciamo… la speranza sarà il nostro nuovo passaporto, tutto il resto viene da sé». È questo lo spirito anche della tua esperienza?

Condivido pienamente i versi di questa poesia.

Possiamo vivere senza barriere e ossessioni.  Possiamo ancora amare i nostri paesi, il nostro popolo le nostre culture senza esserne ossessionati. Penso che tutti possiamo percorrere la stessa strada senza farci influenzare da pregiudizi

 
 
 
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