|
Il discorso sul bello, e quindi sulla bellezza, è cosa antica. Forse la più antica tra tutte, se la riferiamo all’esercizio cosciente della razionalità umana, che è poi l’ambito primo in cui è nata l’arte, e la cultura, e dunque la produzione cosciente del “bello”. Nella sua Storia della bellezza Eco dice che “Bello è un aggettivo che usiamo sovente per indicare qualcosa che ci piace”. Che potrebbe anche sembrare un’ovvietà. Ma quest’ovvietà è vera dalla notte dei tempi. I vecchi Troiani arrivarono a dire che Elena era così bella che per lei si potevano anche àlgea pàskein, soffrire dolori, e non è senza significato che l’Iliade, primo atto fondativo della cultura occidentale, sia costruita su una vicenda nata da un fatto che aveva a che vedere con la bellezza. Di Elena, ovviamente. Che nell’immaginazione di Saffo, solo per fare l’esempio più antico, fondò una volta per tutte il criterio di ciò che è bello, e quindi il bello. Che è òtto tis èratai, ciò che ciascuno ama. Nient’altro.
Poi, come è noto, la cultura greca ampliò il concetto di bello, aggiungendoci il dato valoriale del buono, dell’agathòn. Creando anzi, col concetto di kalòn kagathòn, la misura suprema della perfezione umana, quella che comprende tutte le attribuzioni di superiorità di un uomo rispetto a un altro uomo: del greco sul barbaro, dell’uomo colto sull’incolto, del giusto sul malvagio e così via. Che era la strada per individuare nella “bellezza” onnicomprensiva un insieme di elementi, per l’appunto, valoriali, che costruiscono la misura dell’agire umano spogliato da ogni meschino inquinamento personalistico, solo collocato nell’aurea dimensione del perfetto, del disinteressato, dell’immune da tutto ciò che l’umana porcilaia costruisce nel libero e variegato dispiegarsi di tutti gli egoismi.
È circoscritta da questi elementi valoriali la bellezza di cui Davide Bregola parla agli amici, in una lunga lettera che sembra uscita da un senso di disgusto per tutto ciò che l’umana esperienza ci mette sotto gli occhi, ed è tutta un inno alla vita, alla natura, all’impegno, alla pulizia morale dell’essere uomini e donne in un mondo di uomini e donne. Insomma un inno al dover essere contrapposto al dolore dell’essere. Con alle spalle, dichiarate, le lezioni di Platone, Epicuro, Stevenson, ma anche di Montaigne, Leskov, Delerm, Calvino, mentre affiorano i fantasmi positivi di Dostoevskij e Tolstoi e campeggia sullo sfondo il bagaglio di letture mirate a un rapporto intimo, intenso, a volte panico con la natura. Comprensiva dell’intero senso dell’esistere, in una dimensione che sembra tratta dal discorso insieme semplice ed estremo di Francesco d’Assisi.
Articolato in brevi capitoletti, il libro ripercorre una serie di meditazioni che partono quasi sempre da un fatto che a un certo punto ha colpito la fantasia dell’autore, sospendendone, per così dire, l’essere e catturandolo nella riflessione su di esso. Può essere una formica che si muove tra la polvere e le foglie e trasporta con sé una piuma enorme, bianca. O la sensazione rigenerante dell’acqua di una fontana a cui Bregola si accosta lavandosi “la faccia nel getto limpido e silenzioso, come se prima se la fosse dipinta”. O un anonimo messaggio d’amore. O altro di naturale, quasi banale accadimento. E sempre accompagna questi momenti una riflessione che si nutre di pensieri positivi, un voler vedere nelle cose il segno di una speranza che la fede nutre di certezza. La fede che il bello, che la bellezza è l’unico valore in un mondo che i valori li ha smarriti tutti. Nel quale non tutto può essere perduto se si ritrova la capacità di stupirsi. Di recuperare l’entusiasmo per le cose belle. Ma usiamo le sue stesse parole: “L’entusiasmo di cui c’è bisogno oggi e c’è bisogno domani per affrontare le sfide e le difficoltà. Parole chiave dunque: ispirazione, bellezza, stupore, entusiasmo. Nell’Idiota Dostoevskij dice che “la bellezza salverà il mondo”. Non credo sia una frase messa lì perché suona bene. Io ci credo. E mi stupisco”. Ecco: la chiave del libro è in quelle tre parole: io ci credo.
|